Essere maestro, essere bambino: in ricordo di Jerry Lewis

Ciò che libera la metafora, il simbolo, l’emblema della mania poetica, ciò che ne manifesta la potenza di sovversione è lo strampalato, questa “storditezza” che Jerry ha incarnato

A Jerry Lewis (alias Joseph Levitch) piaceva molto una gag di Harpo Marx, che sta appoggiato a un edificio di dieci piani. “Che fai lo tieni su?” gli dice il poliziotto. Harpo annuisce. Il poliziotto dice: “Togliti di lì”, Harpo se ne va e l’edificio crolla. È vero. È l’ America che fa crollare i suoi stessi edifici e monumenti più giganteschi… Tutta la carriera di Jerry Lewis è il racconto dell’auto distruzione catastrofica di questa America. Così scopri la battuta che meglio simboleggia la comicità ebraica americana, coniugando terapia e nevrosi, incertezza identitaria e irrisione della normalità: «Allo psicanalista che gli ha appena diagnosticato uno sdoppiamento della personalità e presentato la parcella di cento dollari, il paziente risponde: “Gliene do solo cinquanta, gli altri cinquanta li chieda al mio doppio”». Sarà vero allora che trattasi del più rivoluzionario e versatile artista d’America e quelle sua dedrammatizzazione imbellita di ellissi, ricorda tanto da vicino Bresson. A proposito di Bresson, Jerry è stato tra i pochi, se non l’unico autore/attore, a mettere d’accordo la critica francese di Positif e Cahiers. Perché ci sono due categorie di cineasti. Quelli sani come un pesce, vere forze della natura, come Hawks o Walsh e quelli i cui film nascono nella febbre, come Jean Vigo e Nicholas Ray. Boris Barnet e Jerry Lewis appartengo invece a tutte e due le categorie. Peccato che i film diretti da Lewis nel periodo di “notte dell’anima” li possiamo solo immaginare. Sarebbero stati belli e feroci come quelli di Stuart Rosenberg, John Frankenheimer, Billy Wilder e come quelli di Arthur Penn, che era stato un suo assistente alla regia, e il motivo per cui non si sono fatti e che Jerry Lewis non avrebbe tollerato neanche un minimo compromesso, cosa che invece….

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maxresdefaultmolleggia, molleggia, attraversando gli oceani, perturbatore come i Marx, maldestro quanto Stanlio (del quale era grande amico…). “Vorrei tenere un discorso senza imporlo, vorrei che la parola e l’ascolto che qui si intrecciano fossero simili all’andirivieni di un bambino che sta giocando attorno alla madre, che si allontana da lei portandole un sasso o un filo di lana, stabilendo così intorno a un nucleo di pace e serenità tutta un’area di gioco, all’interno della quale il sassolino o il filo di lana alla fine hanno meno importanza del dono che se ne fa… Si insegna ciò che si sa; ma anche ciò che non si sa e questo si chiama cercare”. Pensiamo, per esempio, alla poesia surreale e all’ironia irresistibile che nel film Dove vai sono guai! (“Who’s minding the store?”, 1963) a tempo di musica pigia i tasti e aziona la leva “a capo” di una macchina da scrivere che esiste solo nella sua e nella nostra immaginazione. Un tesoro testuale. Se, per qualche dimostrazione critica, si avesse bisogno di un’allegoria in cui scoppi la meccanica folle del testo carnevalesco, questa scena è l’emblema magistrale delle sovversioni logiche operate dal testo; e se questo emblema è perfetto, è in fondo perché è comico, dove il riso (kosher) è ciò che, con un giro finale, libera la dimostrazione dal suo attributo dimostrativo. Ciò che libera la metafora, il simbolo, l’emblema della mania poetica, ciò che ne manifesta la potenza di sovversione è lo strampalato, questa “storditezza” che Jerry ha saputo mettere nei suoi esempi, a dispetto d’ogni perbenismo retorico. L’avvenire logico della metafora è la gag.

'The Nutty Professor' 50th Anniversary celebration and Blu-Ray Collector's Edition launch party, New York, AmericaSe il ’68 parigino lasciò questa meravigliosa scritta su un muro: “Je suis marxiste, tendance Groucho”, Jerry ha liberato attraverso lo schermo una particolare magia che i consueti rapporti delle parole e delle immagini di solito non rilevano. “Diciannovenne ancora in via di sviluppo, ma con un ciuffo in testa che mi aggiungeva quindici centimetri grazie a un chilo e mezzo circa di brillantina arancione… che attirava anche le mosche! I pantaloni erano così attillati che mi bloccavano la circolazione del sangue sulle anche, e portavo il mio maglione Irvington High School, lana cento per cento, un po’ pesantuccio per Atlantic City alle tre del pomeriggio di un giorno di luglio. La verità era che non avevo vestiti, a parte il mio abito blu da palcoscenico che sul culo era già diventato trasparente per il troppo uso. Finché i pantaloni non ti si logorano sul didietro, non sei un veterano”.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #8