“Evocare l’aura e fotografarla”. In morte di Mick Rock

Con la sua morte a 72 anni, si chiude la carriera del “poeta della fotografia” che ha cantato con i suoi scatti più di cinquant’anni di scena musicale, a partire da quella rock. Lo ricordiamo così

Cambridge, 1971. Mick Rock sta intervistando Syd Barrett nella sua casa, un privatissimo rifugio nel quale dipinge, suona e dal quale esce solo per lunghe camminate. Il fondatore dei Pink Floyd, da qualche anno passato alla carriera solista, guarda fuori dalla finestra, indicando delle rose. Intervistatore e intervistato escono nel giardino, si siedono. Rock chiede dei suoi trascorsi con gli acidi, che se non sono stati la causa, sicuramente sono stati una miccia dei problemi mentali che lo hanno portato ad avere degli occhi che “riflettono uno stato di shock permanente”. Dice di non assumere più quelle sostanze, ma non vuole dire altro. “Comunque, non sono nulla di quello che tu pensi che io sia”, conclude Barrett.

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Il chitarrista e cantante si riferiva a sé stesso, ma è una frase che vale anche per Mick Rock. Da molti conosciuto come “l’uomo che ha fotografato gli anni ‘70”, questa formula celebrativa è comunque riduttiva per il talento che si è spento lo scorso 18 novembre, all’età di 73 anni. Non c’è dubbio, comunque, che ai più sia conosciuto per le sue fotografie della scena rock prima britannica e poi di tutto il mondo. Una strada imboccata per caso, spalancando le porte della percezione con un trip di LSD nel 1968, all’età di 19 anni. È nella stanza del suo amico in cui troneggiava un grande giradischi che Mick Rock, il ragazzo che studiava lingue medievali e moderne, prende per la prima volta una macchina fotografica in mano. “Ogni volta che scattavo, c’era un’esplosione e vedevo il volto di una donna in un milione di iterazioni”.

 

Chissà qual era la colonna sonora di quella prima volta in cui le stelle si sono allineate, come succedeva sempre per la sua famiglia quando Rock si metteva dietro l’obiettivo. Abbassando lo sguardo dal cielo e cercando le stelle in terra, lo scenario non è meno luminoso. Mick Rock comincia a fotografare i concerti di band leggendarie come Pink Floyd, Brian Eno, Roxy Music, ma soprattutto David Bowie. Entrambi erano “ragazzi di South London” e si erano già intravisti dietro le quinte dei locali, ma la prima volta che si sono incontrati in ambito lavorativo è stato in un incontro per la stampa nel 1972 al Dorchester Hotel. Chioma rossa, pantaloni di seta con un motivo floreale e una sigaretta in mano, Bowie era dentro il personaggio di Ziggy Stardust. Al suo fianco siede però un ragazzo con occhiali da sole e smalto nero, che “sembrava appena uscito dall’Università”. Dal racconto di Mick Rock, Bowie per tutta la sera ha parlato solo con Lou Reed, magari proprio del secondo album da solista dell’ex cantante e chitarrista dei The Velvet Underground, Transformer.

La foto da cui viene il bianco e nero contrastato che domina sul senape che fa da sfondo al titolo dell’album, è opera di Mick Rock. Esattamente come quella che ritrae a petto nudo, con uno sguardo di sfida, Iggy Pop sulla copertina di Raw Power. O come i quattro volti dei componenti dei Queen, con le braccia incrociate di Freddy Mercury tagliate fuori dall’oscurità dalla luce fredda sulla cover del loro secondo album. Pose iconiche, performance spettacolari e il talento di cogliere l’essenza di un attimo e di una persona, preservandola e allo stesso modo svelandola. Rock sfiora anche il cinema, curando il backstage di Rocky Horror Picture Show, e il video, curando la regia del video musicale di Jean Genie di Bowie.

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Rimane, comunque, la fotografia il fulcro del mezzo secolo di carriera artistica. “Sono nel business di evocare l’aura delle persone e di fotografarle”, diceva Rock in un’intervista alla BBC. Non si può capire cosa voglia dire questo fino a quando non vedono la sciarpa che stringe il collo di Blondie, le spille che tengono insieme il ritratto dilaniato e dilaniante di Johnny Rotten, la lingua di Miley Cyrus che lecca la luccicante statua di un leone. Un poeta della fotografia, come lo ha definito la sua famiglia, che ha cantato con i suoi scatti più di cinquant’anni di scena musicale.

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