Fahrenheit 11/9: Michael Moore e l’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez

Finito il Natale è tempo di liste e listoni. E tra i casi cinematografici dell’anno che sta per concludersi non poteva di certo mancare il roboante ritorno di Michael Moore, con un film che già dal titolo sembrava promettere assai bene. Fahrenheit 11/9 è infatti la nuova data della seconda apocalisse americana, quel capovolgimento di numeri che trasla l’oggetto di ripresa dall’attentato alle Torri Gemelle all’elezione alla Casa Bianca di Donald J. Trump.

A riguardare i tempi di uscita nelle sale del film però, verrebbe da affibbiare a Michael Moore qualche potere predittivo. Apertamente anti-trumpiano, Fahrenheit 11/9 veniva infatti distribuito poche settimane prima del cruciale voto di mezzo termine, infiammando definitivamente un clima che era già da WrestleMania.

Ma a rischiare di ritrovarsi senza ciuffo stavolta è stato proprio il tycoon ed i risultati ad urne chiuse non hanno sorriso più di tanto al Partito Repubblicano. Maggioranza rimasta intatta al Senato, vera e propria rivoluzione al Congresso. Tra gli eletti una certa Alexandria Ocasio-Cortez, 77,95% nel collegio del Bronx, New York e più giovane donna eletta nella storia americana.
Moore sui social è raggiante, nel suo film aveva previsto tutto. La Ocasio-Cortez, assieme ad altre neoelette tra le file dei progressisti come Rashida Tlaib, prima donna di religione islamica ad entrare al Congresso, era stata infatti tra le protagoniste di Fahrenheit 11/9, in una ideale carrellata di «nomi nuovi» dell’asinello da contrapporre al vecchiume dei «traditori» Obama e Hillary.
Nel film Moore raccontava l’ingiusta esclusione di Bernie Sanders alle primarie del partito, che nonostante la pioggia di consensi aveva comunque preferito il volto Lady Clinton. E allora, vista così, l’elezione di Ocasio-Cortez diventa a pieno diritto il simbolo della riscossa di Sanders, il frisbee che puoi tirare lontano quanto vuoi, prima o poi torna indietro.

Alexandra Ocasio-Cortez

Verrebbe quindi da chiedersi se l’elezione di una parlamentare donna così giovane – per di più di origini latinoamericane – sia stata incoraggiata dalla spinta mediatica del padrino Michael o se sia stato il regista di Flint ad anticipare che qualcosa è veramente in procinto di muoversi nella politica americana.
Un’ipotesi non esclude l’altra, questo è chiaro. Perché se da un lato è evidente quanto Moore con Fahrenheit 11/9 abbia voluto realizzare una sorta di chiamata alle armi, entrando in vera e propria fibrillazione su Instagram nelle ore del voto, d’altra parte è vero anche che il principale protagonista delle elezioni è stato il dato record che certifica l’affluenza alle urne.
Le migliaia di persone che nel 2016 si erano astenute perché deluse dai repubblicani e dai loro giochi di potere, dopo due anni e mezzo di guerre doganali, di scandali internazionali tipo Russiagate e di scelte discutibili sul clima ed il nucleare in Iran, con ogni probabilità avranno capito che con l’astensionismo avrebbero continuato ad ingrassare soltanto le fila di un partito, quello repubblicano ormai lasciato a pezzi dal ciclone Trump.
E se, dopo decenni passati ad essere l’idolo televisivo di migliaia di afro-americani, o il simbolo del potere luxury in qualche film di Natale, il caro vecchio Donald avesse davvero capito che era meglio restarsene alla Fox?
Anche perché questa volta Alexandria Ocasio-Cortez non sembra mansueta quanto Gwen Stefani. Proprio no!

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