#FCAAAL27 – El soñador (A. Saba) e Honeygiver among the dogs (D. Roder)

I due film in concorso hanno il pregio di rispettare i tratti della tradizione culturale alla quale appartengono riuscendo a trovare la chiave di volta per di una inattesa originalità

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Capita, a volte, che i film si accoppino naturalmente, quasi istintivamente connessi da una rete invisibile di coincidenze, di altrettanto invisibili strutture che ne accomunano i risultati.
È il caso, non raro, né particolarmente eccezionale, di questi due film in concorso al Festival di Milano che oltre a venire dagli antipodi, rispetto a noi, sono agli antipodi reciprocamente tra di loro.
Non è tanto sui temi, quanto su una evidente ricerca narrativa che i due film sembrano sfiorarsi e non è certamente casuale che vengano da due cinematografie l’una dimenticata e relegata ai confini nazionali fatta eccezione per le occasioni dei festival e l’altra, quella del Bhutan, davvero inesistente o quasi non avendo notizie recenti di una produzione consistente di film in quel Paese arroccato tra i monti dell’Himalaya.El soñador
Adriàn Saba è un quasi trentenne regista con alle spalle solo un altro film prima di questo presentato nella sezione principale qui a Milano. El soñador è la storia di Sebastian un delinquentello che gli amici della banda chiamano Chaplin. Si innamora di una ragazza che lo ama, ma che è anche la sorella dei capi della banda alla quale appartiene. Sebastian si rifugia nei sogni per immaginare un mondo migliore.
La progressiva rarefazione della narrazione alla quale assistiamo oltre che un segnale ben preciso della predestinazione del personaggio diviene viatico stilistico che accompagna il farsi sempre più drammatico delle vicende. La storia d’amore dei due protagonisti è immersa in contesto di violenza e questo diventa terreno fertile per restituire forza espressiva ai due personaggi principali. Ne risulta un film in cui Saba si affida molto alla psicologia dei due giovani innamorati, esaltando proprio questo mondo interiore che diventa elaborazione di una speranza. Senza nulla concedere allo spettatore Saba riesce a raccontare una storia che sicuramente e apparentemente non si allontana dai canoni narrativi e dalle tematiche delle bande urbane giovanili così come il cinema latino americano ci ha raccontato in questi anni, ma la sua originalità stilistica si esalta la dove i personaggi sembrano chiudersi al mondo per vivere nella dimensione onirica e questo tratto fa di questo film un prezioso reperto che ha saputo innovare la tradizione scommettendo su percorsi poco praticati da quel cinema così terreno e a volte poco aereo.
Dechen Roder è nata in Bhutan nel 1980 e Honeygiver among the dogs è il suo esordio alla regia.
L’investigatore Kinley indaga sulla scomparsa della badessa di un monastero buddista. I sospetti ricadono sulla bella e sensuale Choden. Kinley è affascinato dalla donna che non ha una buona reputazione tanto da venire chiamata la demonessa. Choden ha la capacità di disorientare Kinley e de lei che guida il gioco. Il mistero sarà risolto e Kinley destinato alla solitudine.
Forse la regista, in questo esordio così coraggioso, rischioso, ma anche affascinante, si è fatta a sua volta irretire da eccessive complicazioni narrative e la sua conduzione, tutto sommato asciutta, risente di una esigenza del narrato che appartiene naturalmente al plot poliziesco dove i fatti hanno la prevalenza sui personaggi. Ciò detto il film resta una bella sorpresa e non è frequente per una regista asiatica, figli di una cultura così forte e Honeygiver among the dogs, Dechen Rodsimbolica destreggiarsi così bene in una storia che altro non è che un noir in piena regola, con tanto di dark lady, e di mistero costante da sciogliere. In altre parole nel rispetto di alcune delle regole principali di ogni noir.
È proprio in questa prospettiva che ritroviamo le comuni affinità con il film peruviano. Nel coraggio di restare nella tradizione lavorando con determinazione sulla novità dei percorsi. Anche per la Roder la tradizione dell’area culturale alla quale appartiene è pienamente rispettata con l’aura spirituale e religiosa nel quale il film è immerso e con il pieno rispetto di una sorta di antico matriarcato che sotto altri profili e altre sembianze, ancora una volta smitizza la figura maschile che pur lasciata al centro della narrazione sembra costantemente decentrata e mai perfettamente a fuoco secondo uan precisa scelta di scrittura. Quella stessa scelta che invece restituisce valore al personaggio femminile vero deus ex machina del film.

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