FESTA FRANÇOIS TRUFFAUT – La calda amante

La peau douce si svela subito come cronaca di un amore che “taglia” fuori dal campo tutta la vita ufficiale dei due amanti, riconsegnandoci solo disordinati piccoli momenti insieme. Attimi insomma. Quegli attimi di condivisione strappati al grigiore della quotidianità che Truffaut ha sempre concepito come gli unici per cui val la pena di vivere. O, è lo stesso, gli unici che val la pena di filmare

La peau douce è una sensazione tattile. Due mani si sfiorano nei titoli di testa mentre la struggente colonna sonora di Georges Delerue fa percepire già un destino tragico incombente. Ma noi immaginiamo quella sensazione di dolcezza e trasgressione, la pelle di una donna così dolce e sensuale, senza nessuna parola che possa descrivere il momento, no, perché solo il cinema ci può riuscire! La peau douce è un film nascosto nella filmografia di Truffaut, raramente menzionato tra i suoi capolavori e raramente riproposto nelle retrospettive a lui dedicate. Del resto è un progetto nato per puro caso, da una fugace suggestione travolgente, proprio come le storie d’amore più belle…

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Siamo nel 1962. Truffaut sta cercando in tutti i modi di realizzare il suo progetto più difficile (Fahrenheit 451), ma ha molti problemi con la produzione francese e occupa gran parte di quell’anno in viaggio oltre l’Atlantico per intervistare Alfred Hitchcock. Sta nascendo Il cinema secondo Hitchcock: il libro cardine di un’intera generazione critica. In questo marasma di impegni e lotte produttive, viaggi e riflessioni sul proprio mestiere, Truffaut confessa che un’immagine lo travolge improvvisamente: due amanti clandestini si baciano in una macchina, è pericoloso farsi vedere insieme, ma la passione travolgente è tutta compressa in un singolo bacio. Allora abbandona temporaneamente il progetto di Fahrenheit e scrive in poche settimane la sceneggiatura del suo nuovo film: La peau douce (in Italia La calda amante). Vita/amore/cinema in un unico inscindibile flusso: Truffaut continua a sperimentare selvaggiamente, ma rispetto al “moderno” approccio registico del suo film precedente (Jules e Jim) qui devia ancora ogni traiettoria e fa detonare la sua folle passione per il cinema americano imbastendo un incipit che viaggia a sublimi ritmi hitchcockiani. Incontriamo il protagonista Pierre di corsa per non perdere un aereo: a casa a salutare la famiglia e subito in auto, in una lotta contro il tempo che produce un perfetto dispositivo di suspense classica (con tanto di poliziotto all’inseguimento per non farsi mancare proprio nulla del vocabolario hitchcockiano); e poi l’atterraggio a Lisbona per il convegno su Balzac, i primi sguardi insistiti con Lei (che dire… la Meraviglia ha il volto di Françoise Dorléac), la conferenza, la cena coi colleghi, tutto compresso in appena dieci minuti di montaggio armonico e suturato come nelle più alte vette del Maestro.

Sino ad arrivare all’ascensore. Lui-e-lei. Il tempo della passione rapisce il film e diluisce gli sguardi, Jean Desailly è muto e in estasi come fossimo in un film di Jean Epstein: Lui diventa uno spettatore totalmente rapito dallo spettacolo che sta godendo. La sua droga si chiama Nicole. E Truffaut continua a curare maniacalmente il dettaglio significante: le mani, le scarpe, il foulard, i piccoli movimenti che disegnano l’ossessione amorosa, questo è il cinema…tutto il resto è puro macGuffin (come gli spiega Hitch in quel magico 1962). Il montaggio di Raoul Coutard, allora, comprime tutti gli eventi in un vorticoso divenire e dilata a dismisura solo il tempo della nascita dell’amore, creando vortici di passione in apnea che aleggiano nel viaggio di ritorno in ascensore, nel lungo corridoio interamente percorso, nella porta che non si apre, la ricerca della chiave giusta, l’entrata in una camera buia illuminata da Lei e subito riportata all'oscurità da Lui. I dettagli, i primi piani e le loro silhouette stagliate nel buio dell’amore: questa sequenza muta è semplicemente una delle più cristalline definizioni di “regia” che la storia del cinema ci abbia mai lasciato in eredità. La peau douce, pertanto, si svela subito come cronaca di un amore (solo in apparenza fredda e distante) che “taglia” fuori dal campo tutta la vita ufficiale di due amanti riconsegnandoci solo disordinati piccoli momenti insieme, spesso clandestini, spesso arrivi o ripartenze. Attimi insomma. Quegli attimi di condivisione strappati al grigiore della quotidianità che Truffaut ha sempre concepito come gli unici per cui val la pena di vivere. O, è lo stesso, gli unici che val la pena di filmare.

Arriva inesorabile, poi, il risucchio nelle convenzioni: in quelle scelte sbagliate che riducono il tempo della passione, “sono stato preso dall’ingranaggio” si giustifica Pierre nel loro difficile viaggio a Reims. La caméra-stylo di Truffaut continua a filmare ogni singola azione come la schiuma superficiale di un universo interiore che percepiamo come un’onda impetuosa: ansia e imbarazzo, dolcezza e delusione, proviamo tutto insieme ai due amanti, perché “nelle opere bisogna dare emozioni” sentenzia Andrè Gide nel film che Pierre presenta in una sala gremita. E si ritorna a Parigi (“è Parigi che rovina tutto…”) con l’inevitabile tragedia. L’amore più vero e incondizionato può anche provocare la Fine, certo, ma solo delle storie contingenti. Mai del cinema. Perché la grandezza di Truffaut è sempre stata quella di amare allo stesso modo i film e le persone che li abitano, come in un infinito effetto notte che non smette mai di produrre echi di immagini-tempo nelle vite dei suoi spettatori. Insomma se la pelle dolce di Nicole non può che essere quella del cinema, gli occhi innamorati di Pierre diventano i nostri: quelli di eterni ragazzi selvaggi lanciati in questo sublime ascensore di dolcezza e dolore. Ci manchi tanto François…

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