FESTA FRANÇOIS TRUFFAUT – La camera verde

"A un certo punto della vita si conoscono più morti che vivi."

 

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Partendo da tre racconti di Henry James (tra cui L’altare dei morti), Truffaut ritorna a vestire i panni di attore protagonista a otto anni di distanza da Il ragazzo selvaggio; qui interpreta Julien Davenne, introverso giornalista di un paese di provincia che vive esclusivamente in funzione del ricordo dei suoi cari defunti: della moglie innanzitutto, morta undici anni prima durante un viaggio in Italia, ma anche  della maggior parte dei suoi amici, caduti nella prima guerra mondiale e nei confronti dei quali prova un inestinguibile senso di colpa per essere tornato a casa senza neppure una ferita. La camera verde è certamente l’opera più tetra e funerea del regista francese, che non realizza un film sulla morte bensì sul ricordo dei morti, sul rapporto che si instaura tra il personaggio/Truffaut e l’atteggiamento di riconoscenza e rispetto nei confronti di chi non c’è più, in netta contrapposizione con quella tendenza dominante che vorrebbe invece allontanare il loro ricordo fino quasi a rimuoverlo completamente.

Forse mai come in questo caso il suo cinema si è allontanato tanto da quello di Godard: lo sguardo non è mai rivolto verso il futuro, perché La camera verde è un continuo rifiutare il presente per guardare indietro, al passato, costruendo un vero e proprio mausoleo della memoria fatto di ambienti chiusi e in disfacimento (come la stanza del protagonista) entro i quali il film si autoconfina, impossibilitato com’è a qualsiasi contatto con l’esterno. La cittadina stessa nella quale si svolge la vicenda è un luogo destinato presto a scomparire: un’intera generazione di uomini è morta in guerra,  e chi è rimasto ne porta i segni sul proprio corpo (i reduci in carrozzina) o, come Julien, sull’anima. Lui rifiuta il trasferimento presso un’importante rivista di Parigi per rimanere là, a tenere vivo il ricordo, anche se gli abbonati della testata per cui lavora sono sempre meno; l’incontro con Cecilia, una giovane ragazza rimasta orfana, lo spingerà al coronamento del suo progetto più importante: l’allestimento di una piccola cappella (la camera verde del titolo, né un luogo di morte né di riposo, ma un luogo di vita) nella quale poter omaggiare i suoi morti. Ma Julien e Cecilia vivono in maniera diametralmente opposta il culto per la memoria dei propri cari: mentre lei è convinta che si debba comunque andare avanti, al contrario lui opera una sorta di annullamento di sé in funzione del ricordo (non riesce a perdonare a un amico di essersi risposato dopo essere rimasto vedovo), arrivando a rifiutare i sentimenti della giovane nei suoi confronti e chiedendole di proseguire nella manutenzione della cappella anche dopo la propria morte. Ed è così che il film si trasforma lentamente in un melodramma straziante sul vivere per ricordare e essere ricordati, nel quale Truffaut sembra quasi anticipare una sorta di testamento personale: se il suo film è un ringraziamento nei confronti di coloro che per lui sono stati, allo stesso tempo implicitamente vorrebbe che lo stesso venga fatto nei suoi riguardi, quando verrà il momento. “Ma se un giorno dovessi accendere un cero per lei, chi ne accenderà uno per me?”, gli chiede Cecilia, e segue una dissolvenza in nero, e poi il silenzio. Non ci sarà nessuna risposta. Rimane però la reverenza del Truffaut uomo verso i propri padri spirituali, tutti presenti nelle fotografie appese nella camera verde: da Henry James a Oscar Wilde, da Jean Cocteau a  Honoré de Balzac, passando per l’attore Oskar Werner, ritratto nei panni di un soldato tedesco da lui ucciso durante la guerra, un riferimento al fatto che i rapporti tra i due si guastarono definitivamente durante le riprese di Fahrenheit 451 (per una triste coincidenza, Werner morirà di infarto il 23 ottobre 1984, appena due giorni dopo il regista).

 

Titolo originale: La chambre verte

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Regia: François Truffaut

Interpreti: François Truffaut, Nathalie Baye, Jean Dasté, Jane Lobre, Patrick Maléon, Jean-Pierre Moulin

Durata: 94'

Origine: Francia, 1978