FESTIVAL DI CINEMA – Il caro diario del neo direttore

Mentre Sentieri selvaggi sta raccontando in diretta ogni giorno il corpo vivo del nuovo Torino Film Festival, ecco che due articoli, apparsi su Il riformista e Il manifesto, riprendono le fila di un dibattito che sulle nostre pagine ha imperversato tra gennaio e febbraio scorso. Dopo quello di Enrico Ghezzi ecco l'articolo di Roberto Silvestri, su il manifesto del 27 novembre.

Nanni Moretti come Aki Kaurismaki e Robert Redford. Un cineasta che ama andare al cinema dà la propria impronta a un grande festival. Bello e giusto. Soprattutto adesso che ammette certi piccolissimi peccati giovanili. Aver trasformato spesso in rigidità il rigore… Però.
Rubato il nome a Tokyo, depositaria da sempre del logo Tff, e autocollocatosi, ma anche spinto da qualche petulante e prepotente maestro (la rivista FilmTv in particolare), nel cono d'ombra dei festival cittadini riassuntivi del «meglio» della stagione internazionale passata, il festival di Torino, che compie quest'anno il 25esimo anno, si avvia certamente galvanizzato dalla presenza, come tappeto rosso unico e insgualcibile, dell'appassionato neo direttore Nanni Moretti, da due classici di Don Siegel, e da un pubblico sempre numeroso, competente e curioso, a diventare il più importante appuntamento piemontese del cinema. Si tornasse alle multisale periferiche, o almeno a disporre di un numero doppio di sale, Tff potrebbe anche festeggiare impennate auditel ancor più da brivido. E il pubblico sarebbe meno nervoso e non ostruirebbe il traffico dei pedoni normali con deformi file.
Non basta, però, un budget adeguato, arrotondato quest'anno di un milione di euro. Tff2 dovrà combattere sia contro lo charme speciale del festival gay&lesbian di Giovanni Minerba (che produce oltretutto a ripetizione quadri di aggiornata creatività per ogni fantasmagoria culturale cittadina) sia contro il «Noir in festival», che la classifica di Variety colloca nella top 50 degli eventi filmici planetari dell'anno (depennando la capitale sabauda indocile, finora, a farsi sedurre dagli stereotipi del «cinema d'autore da festival»). Mentre sembra ormai devitalizzato l'Infinity Film Festival, da un'altra operazione di pulizia estetica, portata a compimento con tecnica Chuck Norris (per usare un'icona non ostica al grande pubblico tv).
Torino si trova dunque di nuovo, e perfino in regione, a competere con il direttore della amata/odiata Festa di Roma, Giorgio Gosetti, che quest'anno, per duellare meglio, ha, non proprio correttamente, stornato dal Campidoglio il nuovo capolavoro di George Romero nell'altro suo festival di Courmayeur. Un fabbricante di gioielli horror, Romero, troppo inquietante per questa nuova Torino, che pure qualche anno fa, lo aveva risarcito dall'indifferenza critica mondiale (assieme ai pilastri del cinema sovversivo pop, John Carpenter, John Milius, Kenji Wakamatsu, Walter Hill, William Friedkin e, soprattutto, a Robert Aldrich), indicando inoltre in una doppia pratica entrista, «dentro e contro Hollywood» (Giulia D'Agnolo Vallan), «dentro e contro l'eurocinema finanziato dagli stati» (Roberto Turigliatto), le battaglie politiche campali di manifestazioni che, come i festival d'ambizione global, non vanno dietro le compatibilità imposte da assessori e ministri local, ma si fanno correre dietro da loro. Spoliticizzare un festival non vuol dire infatti invitare qualche attrice in più alle cene del sindaco, anche se Roma lo sa fare meglio, ma gettare al mare, per ripicca e arroganza provinciale, un tesoro: l'immagine, la reputazione che Torino si era fatta negli ultimi anni, come punto di riferimento aureo per le Toronto, i Sundance, le Venezia e le Cannes del futuro. Qui si sapeva, pasolinianamente, scegliere il cinema «che sa». E si scodellavano certi film, come prove. Troppa sovversiva radicalità?
Moretti, che oggi forse la pensa come Sergio Romano quando descrive, giorni fa nella sua rubrica lettere, il sessantotto come un fare botte continuo tra polizia e studenti ideologizzati, e non come uno shock che fece andare di matto solo prefetti, nazisti e commissari di polizia, ha certo voluto ridimensionare il tutto e fare un passettino indietro, perché il nostro sistema dei media non è adeguato a affiancare ambizioni simili. Giornali e tv hanno così finalmente rotto l'embargo contro la «Torino di Rondolino» e sono arrivati più accreditati e addetti ai lavori, e più copertura mediatica. Assieme a retrospettive didatticamente più accessibili, intese, giustamente, come manifesti poetico-politici. In fondo Cassavetes e Wenders sono proprio due seducenti ma contraddittori progetti «romantici» (da epoca di «tradimento della rivoluzione») di attraversamento e tentato sventramento del sistema cinema dominante, più succedaneo, Hollywood e Europa. Entrambi cineasti geniali nella scienza del compromesso (proprio come Preminger e Arthur Penn, il prima e il dopo festival congeniati dal Museo del cinema): quanto devo concedere di rigore artistico pur di ottenere il successo che merito (in questo senso Too late blues è il più morettiano e bentivogliano dei film di Cassavetes)? Mekas e Straub credo che ne abbiano radiografato i limiti, alla perfezione. Ma non siamo più al Tonino Film Festival… Wenders, madrina radiosa dell'evento, ne è poi anche un prezioso testimonial del Tff2 come ponte non istituzionale, ma pragmatico, i Fenix d'oro, verso la produzione viva europea. E le ambizioni del sistema cinema Piemonte, e della sua Film Commission, puntano a triplicare, quadruplicare i fondi regionali di sviluppo, per diventare il punto di riferimento dell'intera area sudovest del continente. Per questo serve non solo un festival cinghia di trasmissione dei film che si producono nei dintorni, ma anche perfezionare quel summit tra finanziatori europei affamati di documentari e cineasti muniti di progetto ad hoc, che è stata la vera novità (anche se pasticciatissima) della prima parte del festival. E così tornano i politici di primo livello, a spoliticizzare l'avvenimento. Veltroni un tempo, e ieri il ministro Rutelli. Dire qualcosa di sinistra apparirebbe, in questo contesto, sinistro. Si veda il lungo dialogo tra Wenders e Moretti… Mentre su RaiSat gli ottimi Steve Della Casa (Film Commission Piemonte) e Alberto Barbera (Museo del cinema) commentano, quotidianamente più che elegantemente, le delizie di un festival di cui sono stati ingegneri, architetti e arredatori. Allora cos'è questo Tff2? Montreal, più di Toronto, Mannheim, più di Berlino, e, data la diversa caratura metropolitana Vienna, piuttosto che Londra. Per fortuna, noi nostalgici anche delle selvagge incursioni dell'ex direttore Steve Della Casa oltre i limiti dell'immaginario consentito, l'altro ieri abbiamo assistito alla proiezione dell'unico «film tarantiniano» del festival: Torino nera! La polizia carica, la magistratura condanna!. Storia, leggiamo nel press book, di «bande fasciste che si dilettano ad accoltellare gli occupanti di case così come a bruciare le baracche dei rom. Di una questura che sguinzaglia gli sbirri per pestare ogni forma di espressione e reazione non conforme, un potere politico che si fa promotore e principale artefice di questa forma di gestione della repressione, tra gli applausi dei giornalisti». Insomma altro che film innovativo, siamo al solito film di genere: i fasci pestano e la polizia arresta chi difende gli accoltellati. Solo per stomaci forti, giovedì 29 ottobre ci fu un'unica proiezione, al Palaingiustizia di Torino, dalle 10.30 del mattino…
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