FESTIVAL DI CINEMA: Vacanze al Cinema

vacanze al cinemaQualcosa sta accadendo al cinema, o meglio, per il cinema, o meglio ancora (forse), contro il cinema. Torino è ritornata allora, per un attimo, capitale dei pugni in tasca, di un’immaginaria rivolta impossibile. Immaginaria come la scossa tellurica che ha cambiato la disposizione a tavola, prima che i commensali prendessero posto. Immaginaria come quella fossa comune dell’indifferenza, scavata tra gli squarci della terra che circonda la “casa del cinema”. È stato un anno (turbo)lento di cambiamenti e passaggi di consegna non certamente indolori. Avremmo però preferito un’opera incompiuta, anacronistica magari, imperfetta, frammentata, composta di tratti folgoranti, di razzi illuminanti: in realtà, tutto sembra invece non avere l’inclinazione della fuga, dell’errore come metodo compositivo. Tutto è allora perfettamente in linea e assuefatto al culto del potere: i festival sono diventati degli organi paramilitari, non più fatti per diffondere la libertà di testa che può dare il cinema, ma per combattersi tra di loro (o far finta di combattersi) sul piano della concorrenza politica, sempre più annacquata. La lamentosa e innocua esistenza dei festival di oggi, ha reso necessarie alcune contromisure di facciata: Roma s’è fatta festa democratica e ambiziosa con Veltroni/Bettini/Calabrese maestri della “man bassa”, Torino con Moretti ha assaporato il gusto del festival edulcorato, più vicino al grande pubblico, che pare essere criticato dal “passato” più per le sue convergenze con lo stesso passato che per le sue circoscritte e strabilianti derive di “Zona”. Anche se in realtà Moretti non è stato toccato (e come si può?), mentre chi è andato giù dalla torre è la sua squadra, colpevole prima di tutto di aver fatto quello che non ha fatto: appropriarsi di uno spazio libero e rischiosamente troppo libero, come se non avessero paura di quella forza di gravità storica sempre a mancare. Non lasciare tracce rilevanti che rimandassero ai trascorsi fasti. Come se essere figli adottivi non bastasse per essere accettati, quindi sarebbe stato meglio mostrarsi figliastri irriverenti, riconoscibili e frontalmente attaccabili, privi di quella mediocre ed endemica cattiva coscienza impastata a sensi di colpa, tipicamente italiana. Dunque anche quest’anno sono passate, come gli scorsi anni, quelle cose caotiche (spesso vuote) e capricciose che chiamiamo festival. Festival come vacanze: faccenda in superficie ormai quieta, borghese, stanziale. Si tratta di cambiare aria, di fare castelli in aria e di ignorare tutte i movimenti sotterranei che si susseguono per la nostra tranquillità di spettatori, cinefili, critici. Nel “risiko” del cinema, spallate (che è successo anche al Festival di Alba?) stabilizzanti, per un rinnovato assetto, sono all’ordine del giorno, quasi: una nuova famiglia (nuova, tanto per dire) si fa avanti e non è, per intenderci, quella dei selezionatori o di chi lavora in prima linea. È una famiglia “potente”, quella stessa famiglia che contesta un uso esageratamente intellettuale del cinema, che ha in mente un grande progetto sull’asse Roma-Torino, passando per Alba; è la stessa famiglia allargata che ha concesso nella Festa romana, ad un’altra famiglia, quella dei “torinesi uscenti”, uno spazio angusto e periferico, per la più completa retrospettiva di Raoul Ruiz, altro fenomeno da baraccone, ennesima attrazione del grande circo. È la stessa famiglia democratica che pare abbia lo scopo primo di regalare abitudini tranquille, vizi e non passioni, che procurino a ciascuno di noi più benessere e meno miserie possibili. Una specie di apatia e di benevolenza universale che plachi anche gli ultimi fuochi. Ma insomma, che cosa sono, oggi i festival? Stanno diventando una faccenda triste, anonima, caratterizzata in alcuni casi da cibo infimo, alloggi di fortuna, scadenti e carissimi. Come le nostre vacanze in Italia. Le vacanze al festival rischiano di diventare ulteriore segno del nostro malessere, ormai: scappiamo, ci mimetizziamo, facciamo confusione con titoli e registi, con l’orario della sveglia per un’anteprima nazionale, già anteprima altrove. Siamo certi di non ritornare dai festival più avviliti, intossicati e depressi che ritemprati? Si va ai festival un po’ più infelici che in passato, ci si arma di programmi ispirati più dal rancore che dalla letizia. Ai Festival si va anche per fuggire dal grande supermercato di tutti i giorni, ma pare sempre più di finire in un altro grande supermercato che vende la libertà dai supermercati.