FESTIVAL DI ROMA 2013 – Incontro con Cui Jian per Blue Sky Bones

Dopo aver ricevuto il Premio Tecno 2013 il poeta-musicista  Cui Jian torna dietro la telecamera per unire musica e cinema, confluendo l'energia delle due arti nella sua opera cinematografica che parla ai giovani della Cina contemporanea. 

 

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Lei è il poeta della musica rock, può parlarci della relazione tra la sua musica e il suo film?

Cui Jian: In realtà attraverso la musica tendo a dare un po’ di colore al film. Quando stavo scrivendo la sceneggiatura avevo questa musica di sottofondo ma non sono del tutto inseparabili. Direi che sono abbastanza indipendenti l’una dall’altra.

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Christopher Doyle: Io credo sia difficile riuscire a classificare questo film. Non è certo un musical, semmai è un film che prende molto dalla musica cercando di trasmettere la sua energia, trascendendo dal tempo e dallo spazio. Rappresenta una vera sfida perché è difficile collocare la narrazione nel tempo. Direi che come la fotografia del film Hero mostra la forza del colore, così Blue Sky Bones mostra l’energia della musica.

 

Il suo film è sospeso tra il presente e un passato fortemente legato alla rivoluzione culturale cinese. Come è riuscito a costruire questo personaggio, quest’uomo dal passato nascosto. E’ funzionale per comunicare qualcosa ai giovani d’oggi?

Cui Jian: Penso che oggi, molti giovani cinesi  siano immersi in una situazione particolare: hanno conosciuto l’Occidente durante l’apertura della Cina negli ultimi trent’anni. Grazie al cinema si elimina questa distanza che è rimasta come se dalla rivoluzione culturale non fosse cambiato niente al livello sistematico. C’è tuttora una rivoluzione in corso e i giovani hanno paura di non potersi esprimere. Questo film serveloro per vivere nel presente guardando al passato, senza bisogno di delegare la responsabilità di ciò che è stato agli adulti, ai loro genitori. Perché tutto questo riguarda anche loro. Il personaggio che è musicista ma anche hacker rappresenta la congiunzione tra presente e passato.

 

 

Molti del pubblico “occidentale” si sono chiesti alla fine della proiezione di cosa parlasse questo film. Secondo lei perché? E in Cina il pubblico lo riuscirà a vedere? In quanti secondo lei riusciranno a cogliere i suoi messaggi?

Cui Jian: Mi sono molto interrogato su questo, su come arrivare al pubblico, poi ho pensato: ci sono molti film occidentali che noi orientali non capiamo ma apprezziamo ugualmente per l’atmosfera coinvolgente. Per quanto riguarda il pubblico cinese sono sicuro che una parte non riuscirà a capire, un’altra invece supererà le difficoltà iniziali e comprenderà il messaggio.

Christopher Doyle: Normalmente noi non chiediamo a un muro dipinto o al tempo di spiegarsi. Perché allora i film dovrebbero rispettare una forma narrativa o rientrare per forza in un genere? Come dicevo, questa è una sfida e in quanto tale bisogna andare oltre. Il regista, questa icona culturale ha deciso di fare questo film perché ha capito di non essere riuscito ad esprimere un certo messaggio solo con la musica.

 

 

Come si è trovata ad interpretare questa particolare eroina della rivoluzione culturale, definita dal regista la prima hippie della Cina?

Ni  Hongjie: La prima volta che ho letto la sceneggiatura mi sono resa conto di dover interpretare un personaggio a me del tutto sconosciuto. Una musicista col cuore rock che veste militare e canta l’amore. Lei dice “ti amo” e questo amore lo doveva trasmettere. Poi ci sono io, una donna moderna che si è presentata faccia a faccia con un passato pieno di ferite che il mio personaggio ha realmente vissuto e lo si legge sul suo volto pieno di rughe. Quando nella canzone dice “peccato averti conosciuto solo adesso” e poi aggiunge “io ho vissuto tutto”, questo è stato il mio punto d’arrivo. (La canzone intitolata La stagione perduta, che la madre canta al figlio durante la narrazione).

 

 

Il suo film si muove attraverso dei toni così diversi tra loro da sembrare un collage. C’è una frase molto interessante che intende l’amore come finzione e la solitudine come realtà ma la solitudine è anche il cammino e l’amore è la meta. Allora cosa voleva dire con quest'affermazione?

Cui Jian: Voglio fare una premessa: ho fatto vedere il film a degli amici di diversa nazionalità, e nonostante questo sono rimasti molto toccati dal racconto di quest’uomo universale,  tremendamente solo e che cerca di amare. La solitudine supera lo spazio ed è reale, quando si è soli si riesce a toccare la profondità e io stesso mi sono consolato confrontandomi con la mia solitudine.

 

 

Pensa di continuare con il cinema parallelamente alla musica?

Cui Jian: Sicuramente non mi allontanerò dalla musica perché è da lì che provengo. Dico anche che recentemente mi è stata proposta una produzione che mi consentiva di fare film ogni tot. di tempo e ho rifiutato. La mia intenzione è di creare nuove e libere possibilità tra musica e cinema.