FESTIVAL DI ROMA 2013 – Twenty-one-twelve the Day the World Didn’t End, di Marco Martins e Michelangelo Pistoletto (CinemaXXI)

twenty-one-twelve the day the world didn't endDodici vite riprese il 21 dicembre 2012. Seguire queste persone dal mattino alla sera, da un capo all'altro del mondo, osservarne il risveglio, le occupazioni quotidiane, la routine e la creatività, o forse la routine della creazione e l’ostinata invenzione di una vita quotidiana, vuol dire individuare tra esse una relazione di “metodo”, che è già la promessa di una connessione

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twenty-one-twelve the day the world didn't end“Nell’omniteismo il pensiero individuale si costruisce nella relazione interpersonale consapevole, così come in democrazia l’azione politica è determinata dalla partecipazione, dal confronto e dal dialogo tra le persone. Nell’omniteismo e nella democrazia l’interazione tra collettività e individuo agisce sul piano esteso e complesso della relatività e non su quello verticistico fondato sull’assoluto. ?Poiché vivo nel travaglio creativo delle persone nel mondo, devo far uso della mia arte per portare la divinità a dimensione umana e cooperare alla formazione di una società fatta di persone consapevoli e responsabili. È così che l’arte crea l’omniteismo e lo connette direttamente alla democrazia”. (Michelangelo Pistoletto, Omniteismo e democrazia)

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Qual è la connessione tra le cose e le persone? Dov’è la possibilità prima e ultima di un loro contatto? Cos’è che può legare, al fondo o all’apice, un pastore delle campagne portoghesi, un creatore di musica elettronica di Lisbona, un uomo scatola di Mumbay o una disegnatrice di giocattoli di Tokyo? Diversi ritmi di vita, interessi, stimoli, abitudini, ricerche. Soprattutto diverse visioni del passato e aspettative rispetto al futuro. Eppure tutti sottostanno al comune destino di far parte di un ciclo. Tutti condividono lo stesso tempo e lo stesso susseguirsi di giorni e notti, mattine, pomeriggi, sere, stagioni, risvegli e letarghi. Inizio e fine. Tutti hanno la necessità di stabilire in un lasso di tempo limitato il ritmo della loro quotidianità.

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Alla base del progetto di Twenty-one-twelve the Day the World Didn’t End, c’è il pensiero e l’opera del grande artista Michelangelo Pistoletto, che dà il via, dalla sua casa studio di Biella, alla teoria di luoghi e volti inseguiti da Marco Martins, tra la fedeltà del documentario e le esigenze vitali, “produttive” della finzione. Seguire dodici persone, diversissime, da un capo all’altro della Terra, in un unico giorno, il 21 dicembre 2012, la fine del mondo secondo la profezia Maya. E, proprio nei pochi minuti iniziali in cui appare, Pistoletto pone l’orizzonte di riflessione lungo cui si muove poi tutto il film, questa visione rituale dell’esistenza quotidiana e dell’arte, colte nello scarto e nella falda di congiunzione tra la fine dell’oggi e la necessità del domani, tra la percezione lucida del buio e la fede nell’inevitabilità della palingenesi. Orizzonte di pratiche e attese descritto proprio in Omniteismo e democrazia, il testo teorico a cui lo vediamo intento. “Personalmente, faccio parte di quelli che assumono il massimo impegno per tentare di passare alla rinascita evitando l’abisso che si apre a conclusione di questo mondo artificiale che cresce a dismisura. Ci troviamo di fronte a una questione determinante, che deve essere affrontata per accordare il sistema distruzione-costruzione artificiale a quello naturale della rigenerazione. Il processo della natura evidentemente si articola sulla combinazione di vita e morte ma si regge sull’equilibrio sostenibile di tale alternanza. Noi viviamo invece in situazioni di profitto che portano all’annichilimento delle risorse e a catastrofi lontane dalla dinamica naturale della rigenerazione capillarmente diffusa”.

La pratica della vita di ognuno resta scandita da ritmi e rituali, aperta a suoni e suggestioni che sono da presupposto, aldilà dei miti, dello stesso lavoro dell’artista. Lo scrittore davanti alla pagina bianca, che procede per illuminazioni e ritorni, idee e correzioni, o il musicista Noiserv che compone il suo pezzo davanti ai nostri occhi, lavorano sul tappeto emotivo e ideale, il rumore di fondo del mondo, rielaborandolo e rilanciando un’altra rete di connessioni possibili. E allora seguire queste persone dal mattino alla sera, osservarne il risveglio, le occupazioni quotidiane, la routine e la creatività, o forse la routine della creazione e l’ostinata invenzione di una vita quotidiana, vuol dire individuare tra esse una relazione di “metodo”. Il metodo che appartiene anche al cinema, lo stesso di Demme (Cassavetes?), magari, che apre il suo e il nostro sguardo su ciò che già esiste e sempre si rinnova nella vita e nel lavoro degli altri. Fino a tirarne fuori il lato nascosto e imprevedibile, la comunione nell’illusione e nella meraviglia della costruzione.

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