FILM IN TV – La finestra sul cortile, di Alfred Hitchcock

Ripete il piacere dello sguardo, disseminando l’affascinante percorso che lega piacere, paura, distacco e coinvolgimento, di indizi e invisibili tracce. Stasera, ore 21.15, Premium Cinema 2

Niente avrebbe potuto impedirmi di girare questo film perché il mio amore per il cinema è più forte di qualsiasi morale.
A. Hitchcock

Le piace La finestra sul cortile perché, non essendo di casa a New York, non conosce bene il Greenwich Village.
La finestra sul cortile non è un film sul Village; è semplicemente un film sul cinema e io conosco il cinema.
Dialogo tra un critico americano e François Truffaut, da Il cinema secondo Hitchcock

La finestra sul cortile che Alfred Hitchcock girò nel 1954, fu per molti anni invisibile a causa di questioni ereditarie legate a cinque dei suoi film, tra i quali questo. Insieme a Peeping Tom di Michael Powell è forse il film più strettamente legato alla visione del cinema, il voyeurismo del suo protagonista è pari all’ansia dellola-finestra-sul-cortile-alfred-hitchcock

sguardo dello spettatore, la sua impotenza dettata dal solo sguardo e dall’impossibile partecipazione costituiscono altrettanti parametri comuni che il film assume come principi fondanti della vicenda.
Con una singolare ironia, che domina tutto il film, il regista inglese ha disseminato la storia di una infinita quantità di indizi e invisibili tracce che conducono alla ricostruzione dei temi più profondi del suo cinema, costruendo un percorso accidentato e affascinante che lega piacere, paura, distacco e coinvolgimento. Il cinema, mezzo che Hitchcock amava sopra ogni cosa, è stato uno strumento sempre duttile nelle sue mani e del quale con grande sapienza, ha saputo utilizzare tutte le potenzialità.
la-finestra-sul-cortile-ritter-e-stewartLa finestra sul cortile fa della semplicità del racconto una dote, ma tra le sue pieghe si ritrovano gli innumerevoli e istintivi significati che vanno accuratamente decrittati con un divertente lavoro di analisi su un testo così ricco di dettagli verbali e visivi. Per l’uso sapiente del mezzo, il film è una straordinaria lezione di teoria del cinema e una inesauribile fonte di spunti concettuali che non solo hanno valore sul piano strettamente astratto, ma diventano soluzione pratica per uno studio della sintesi del cinema.
La vicenda è nota. Jeff (James Stewart) è un fotografo immobilizzato a causa di una frattura alla gamba. Jeff vive con la sua governante, la signora Stella. La bella Lisa (Grace Kelly) è innamorata di lui. Jeff occupa il tempo guardando il mondo dalla sua finestra che dà sull’ampio condominio in cui vive. Accadono molte cose, alcune sono visibili, altre invisibili. Alcune sono importanti, altre molto importanti. Il film è trattola-finestra-sul-cortile-lisa-kelly da un racconto di Cornell Woolrich, ma Hitchcock lo adegua alle proprie necessità trasformando una semplice indagine di polizia, in una più complessa operazione sulla visione e sugli altri capisaldi del suo cinema (paura, voyeurismo, omosessualità, impotenza, rapporto di coppia, misoginia, ecc …), temi che ha saputo declinare secondo una prospettiva di volta in volta differente e, ancora una volta, visivamente piacevole, affidando il mondo che trasferisce sulla pellicola ad una cura estrema della messa in scena quella che René Predal chiamava organizzazione della finzione, costruzione di uno scenario e descrizione di un intrigo.
Anche La finestra sul cortile, come altri suoi film danno l’impressione di una sintesi artistica invidiabile, non un filo di la-finestr-sul-cortile_12grasso in più in questo cinema così snello e privo di ogni inutile lungaggine, un cinema essenziale, calibrato nei tempi e perfetto nella orchestrazione degli eventi. Tutto l’inutile buttato via e conservata la parte necessaria. Per converso nulla di ciò resta sullo schermo appare inutile o privo di interesse. In questo film che è pochissimo di più che cinema da camera si avverte l’accurato lavoro sul colore e sul dosaggio degli scuri e della luce, calato nel tenue cromatismo dei colori pastello secondo una caratteristica ben nota e già adoperata in Nodo alla gola e poi nei successivi La donna che visse due volte, L’uomo che sapeva troppo e La congiura degli innocenti.
Cinema immorale quello di Hitchcock? Sicuramente no, ma sicuramente disturbante della morale. In fondo la vicenda del film riguarda la vita di un guardone, pratica di per se la-finestra-sul-cortile_7immorale, e non è necessario sottolineare quante volte questa cattiva abitudine di Jeff sia stigmatizzata dai vari personaggi della storia. Ma questo immorale fotografo dedito per lavoro e per inclinazione ad un voyeurismo inguaribile è anche un uomo che non intende accasarsi, avversario del matrimonio e di ogni rapporto di coppia, nonostante le esplicite avances della desiderabile Lisa che ove fossero state messe in atto in qualsiasi altro contesto avrebbero fatto capitolare qualsiasi uomo.
Hitchcock gioca con i suoi personaggi, con la realtà e la finzione e con la contrapposizione delle immagini, incurante (come sempre) della verosimiglianza, ma intrecciando trame che non hanno buchi di credibilità, neppure quando, come accade in questo film, il suo cinema diviene a tratti pura visione, mediata da un la-finestr-sul-cortile_5obiettivo. L’autore lavora sulla distanza da ciò che Jeff guarda e il film assume i contorni del cinema muto. Non è un segreto che per il regista inglese I film muti sono la forma più pura di cinema ed è per questo che, nonostante l’arguzia delle battute, nelle sue storie contino molto di più la messa in scena e i movimenti di macchina, piuttosto che il dialogo. Basterebbe pensare a come, nella vicenda di Jeff, viene data soluzione al tema della sua avversità al matrimonio, la dove Hitchcock prende esplicitamente le parti del suo personaggio, in un gioco di ironici e impietosi rimandi. Una proverbiale misoginia portava il regista ad un complicato rapporto con le sue attrici e per intuibili ragioni legate a questa sua natura prediligeva l’algida compostezza di Grace Kelly all’esuberante sensualità di Marilyn Monroe o di Brigitte Bardot. Nel film, quando Lisala-finestra-sul-cortile-hitchcock-1954 accenna, rivolgendosi a Jeff, una delle prime volte al matrimonio, la macchina da presa inquadra la finestra di Thorwald (Raymond Burr, l’omicida) quasi a sottolineare, con ineffabile humor, la fine triste dei matrimoni. Non servono parole, sono sufficienti poche e decisive inquadrature. Il film vive di queste felici intuizioni visive, anzi, prima che inizi la fase finale, quella più strettamente legata alla vera e propria indagine, le contrapposizioni, quasi antinomiche, si susseguono. Jeff è un solitario che sembra avere voltato le spalle alla vita ed è così che lo troviamo nell’incipit. È sdraiato e alle sue spalle si apre l’allegro cortile che sembra brulicare del quotidiano odore della vita, coppie che litigano o che fanno l’amore, chi vince il caldo dormendo sul balcone, chi lavora alla sua arte, chi si sdraia in giardino per leggere e chi ancheggia in casa al ritmo della musica in provocante lingerie. Il povero e sconsolato Jeff è invece bloccato con una gamba ingessata su una sedia a rotelle. Segnato dal vizio del guardare egli detesta l’invasione la-finestra-sul-cortile_1della sua solitudine e l’unica presenza che sembra essere davvero gradita è la scorbutica, ma amabile Stella (Thelma Ritter), donna ormai in età e quindi innocua, con la quale Jeff conduce un rapporto paritario che invece viene difficile stabilire con Lisa. Lisa, cui è dedicata la canzone finale – di cui abbiamo seguito la travagliata genesi attraverso l’evoluzione del silenzioso dirimpettaio musicista – che accompagna l’ennesima arguzia del film (Lisa sdraiata sul letto, non appena Jeff prende sonno, scambia la lettura del libro con quella della rivista di moda), è una donna apparentemente frivola, dedita ai vestiti e alla moda, ma che sa tirare fuori la grinta nel nome di un amore che nutre verso Jeff e che questi non sembra affatto meritare. In questa atmosfera sognante che vive il protagonista tra il caldo estivo e la sua immobilità, l’apparizione della donna è lo svelamento di una impossibile e piacevole realtà. Lei sembra emergere dal buio al sognatore e presentandosi al pubblico, in un gioco che sa di luminosa rivelazione, ripetendo le tre parole del suo nome: Lisa Carol Freemont, accende ogni volta una diversa abat-jour illuminando così la vita la-finestra-sul-cortile_11dell’immobilizzato Jeff. Una immobilità che sembra tradurre quella dello spettatore, ma che nel contempo, come in un gioco interattivo, sembra costituire la chiave di volta della vicenda ed è proprio nel finale che lo schermo di Jeff sembra rompersi per fare irrompere la vita vera. Thorwald entra nella sua stanza in carne e ossa e lo aggredisce, il cinema e la vita sembrano fondersi come già nella fantastica vicenda creata da Woody Allen in La rosa purpurea del Cairo. Jeff non guarda più. Ora è protagonista, vittima del suo stesso vizio. La dolce punizione sarà il raddoppio dell’immobilità e l’impotenza come mezzo per sfuggire all’eterno inseguimento d’amore messo in atto dalla conturbante Lisa.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Titolo originale: Rear Window
Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: James Stewart, Grace Kelly, Thelma Ritter, Raymond Burr, Wendell Corey
Origine: Usa, 1954
Durata: 112’

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