FILM IN TV – Lo sceicco bianco, di Federico Fellini

Lo Sceicco bianco, Federico FelliniSe si potesse dire, il film di Fellini del 1952 è l’antesignano, ma al contrario, di un reality. Se il reality è infatti la manifestazione (falsa) della vita (vera) è sicuro che il film ne sia il suo prodromo rovesciato. La storia di Wanda (Brunella Bovo), giovane sposa di Ivan (Leopoldo Trieste) che in viaggio di nozze a Roma ha l’occasione di conoscere il suo divo dei fotoromanzi, lo Sceicco bianco, diventa la manifestazione (vera) della vita in un contesto di falsità dello spettacolo in cui Wanda ha finora trovato la sua vera dimensione. Durante un dialogo del film una componente della troupe che sta girando sulla spiaggia di Fregene un altro episodio del mitico fotoromanzo dirà a Wanda “La vita vera è quella del sogno”.

È probabilmente la prima volta che in un film veniva scandagliato il mondo dello spettacolo così da vicino. Ma l’umorismo amaro di Fellini e la satira sottile che lo coinvolgeva come disegnatore di fumetti, costituiscono le fondamenta alla sua personale riflessione proprio su questo tema dei sogni di cui lo spettacolo si fa garante assoluto e che si consumavano dentro un’Italia provinciale (perfino nei sogni!), ma tutto sommato autentica. Non deve infatti ingannare la visionarietà innata di Fellini, che si manifesta anche in questa sua prima vera opera, per quanto ancora molto acerbamente, il percorso che qui interessa davvero è quello di Wanda che viene accompagnata, durante il corso del film fuori dalla vita del sogno a quella reale, in un passaggio che, per lei, diventa epocale. Fellini fa si che Wanda apra la scatola magica di questa sua fantasia e per farle scoprire che non c’è nulla di magico in un sogno artificiale le svela (e ci svela) non soltanto i meccanismi, ma perfino le miserie e le banalità.

Il mito si spegne se guardato troppo da vicino e sembrano spegnersi le luci e sembrano saltare i patti segreti che tengono in piedi lo spettacolo finisce. Il troppo avvicinarsi al palcoscenico svela i trucchi e spegne ogni magia. In un processo di antispettacolarità assoluta Fellini costruisce il suo film più vero e meno bugiardo della sua carriera compiendo un primo passo verso lo svelamento del corpo vero dello spettacolo. Altri e forse più arditi sarebbero arrivati molti anni dopo con E la nave va, mastodontica macchina che scopre i dispositivi di una grandiosità che può appartenere solo al cinema e quindi con l’amara, dolorosa e rassegnata sensazione di una volgarità spettacolare tutta televisiva in Ginger e Fred.

Lo sceicco bianco si trasforma così in un film sulla fine delle illusioni, una metafora sul passaggio all’età adulta, sulla fine dei sogni, in fondo la protagonista è in viaggio di nozze la sua vita sta per cambiare e Fellini sembra guardarla affettuosamente lungo questo cammino. Wanda diventa la sua Alice che esce per sempre dal paese di ogni meraviglia. Non poteva mancare Lo Sceicco bianco, 1952che lui uomo di cinema e (fellinianamente) gigantesco nel suo impianto visivo, non si fosse occupato in questo modo così propriamente suo, del volto buio e nascosto del divismo, dei segreti che si consumano fuori dal palcoscenico, fuori dal set, per lui, per cui il mondo dello spettacolo è stato sempre un rovello sentendosi forse ed eternamente un pesce fuor d’acqua e consegnando ai suoi alter-ego quelle riflessioni. A Sordi è affidato il lavoro sul personaggio che egli assolve con il solito egocentrismo magnetico, con la sua proverbiale e giovanile cialtroneria compiendo un piccolo capolavoro quando attribuisce al suo povero e derelitto personaggio un’aura di meschina baldanza, di esagerata felicità che nasconde la tristezza dell’uomo.

C’è sempre in Fellini quell’atmosfera clownesca di malinconica allegria che sfocia nella volgare allegria e che sempre si chiude nella festa che finisce male e qui Sordi è perfetto nel restituire l’aderenza del personaggio alla situazione. È il carnevale che diventa triste e in cui la musica annega la malinconia dell’anima, come accade ne I vitelloni e qui nella solitudine e nella tristezza solitaria di questo povero finto Sceicco il regista riminese avrebbe cominciato ad annegare ogni speranza sull’onestà dello spettacolo, rinnegando anche, per una volta, la sua vena di bugiardo narratore di favole.