FILM IN TV – L’uomo della pioggia, di Francis Ford Coppola

L'uomo della pioggia, Damon e De Vito

L’uomo della pioggia, Damon e De Vito

Sin dal biblico racconto di Davide contro Golia la sfida del piccolo contro il grande ha affascinato i narratori e su questo archetipo, antico come il mondo, si è costruita, ad esempio e tra le tante, l’epopea western. Lo scontro tra la forza del potere (in qualunque forma si manifesti) e la ragione del debole è quindi divenuta traccia narrativa essenziale della cinematografia americana (soprattutto di quella indipendente) che è stata sempre particolarmente attratta dallo squilibrio delle forze in gioco quale ottima opportunità per riaffermare quegli ideali che, proprio nello sfavore dello squilibrio, trovano modo per essere traditi, se non apertamente calpestati.
Non vi è dubbio che questo spirito tradisca un’avversione alla logica capitalista, così autenticamente antitetica rispetto a quella della affermazione dei diritti fondamentali e universalmente riconosciuti.
L’uomo della pioggia, del 1997, appartiene a questo genere di racconti e non vi è dubbio

L'uomo della pioggia, 1997

L’uomo della pioggia, 1997

che prima di tutto sia un racconto ricco e articolato, dove la scrittura del democratico Grisham aiuta parecchio sotto il profilo della riaffermazione di quei principi attraverso i quali Coppola ha costruito parte della sua produzione, ma qui sta il problema.
Il cinema di Coppola ha lavorato sempre più sull’immaginario che sulla realtà ed è per questa ragione che è più il suo cinema, complessivamente preso e produttivamente inteso, ad essere fondato su quei principi (non a caso già quasi all’esordio fondò la sua Zoetrope fuggendo dai colossi della produzione americana) piuttosto che le sue singole opere. In questo film, invece, ritroviamo Coppola in posizione apertamente anti establishment e ciò è accaduto in poche altre occasioni (Tucker, con il suo aplomb alla Frank Capra, i devianti di I ragazzi della 56a strada o Rusty il selvaggio, ma si resta sempre nell’ambito di un discorso più di cinefilia incallita che di una opposizione militante contro il potere) restando questo approccio più in trasparenza che così esplicitamente detto. Ci pare quindi che siano più le sue idee sul mezzo ad essere anti establishment che il suo modo di operare in generale. Il suo è un cinema fatto di seriale consistenza, sperimentale e sempre rimeditato che ha seguito percorsi produttivi sempre accidentati, piuttosto che atteggiarsi in posizione di costante rivolta. È per questo che L’uomo della pioggia appare come un film anomalo nella produzione coppoliana e risenta di qualche problema di trasposizione nulla inventando né quanto a cinema di natura processuale, né quanto ad una certa previsione del suo sviluppo e poi del “come va a finire”.

L'uomo della pioggia, Coppola, 1997

L’uomo della pioggia, Coppola, 1997

Per uomo della pioggia, nel gergo americano, si intende il socio di uno studio legale che porta cospicui guadagni, una specie di uomo della provvidenza. Qui Rudy Baylor – un Matt Damon alle prese con un personaggio di perfetta vestibilità per età e convinzioni – è un giovane avvocato che si trova a maneggiare un caso più grande di lui. Con la consapevolezza e l’incoscienza della gioventù, ma la determinazione di chi crede nelle proprie convinzioni, sarà l’uomo della provvidenza, ma non solo per il suo scalcagnato, ma abilissimo collega Deck Shifflet – un Danny De Vito grande outsider come sempre che non gioca mai di rimessa, ma che fa del suo ruolo di secondo piano il genio pensante della complessa vicenda – ma anche per la famiglia di Dot Black afflitta dalla leucemia del figlio al quale l’assicurazione non vuole pagare alcun indennizzo per le spese sostenute per le cure. Sarà molto aspra la battaglia legale tra il colosso assicurativo e il suo avvocato, lo sprezzante Drummond – l’eterno John Voight che a parte due o tre film, per il resto è un abitué in questi ruoli di insopportabile e viscido ambasciatore di un capitalismo vorace – e il giovane avvocato con in mano le prove da fare valere davanti alla giuria. La trama del film si articola ulteriormente in una storia parallela che vede Rudy alle prese con la difesa di una donna da soprusi familiari, ma lì c’è l’amore di mezzo e su tutto aleggia l’eterna equazione tra debolezza sociale ed economica e riconoscimento pubblico in funzione di una più o meno forza economica. I diritti dei deboli, contro il potere dei forti, in altre parole.
Quindi L’uomo della pioggia è film contenuto e nel quale tutto sommato Coppola gioca

L'uomo della pioggia, F.F. Coppola

L’uomo della pioggia, F.F. Coppola

su un terreno di quotidianità dove è difficile dare sfogo alla sua mania di spettacolo. Qui non può alterare le regole del reale, è la realtà che prende il sopravvento con le sue naturali regole alterate – quelle del profitto – il suo cinema si adegua ad una classicità che può anche sapere di conformismo, ma sicuramente siamo dentro a quella forma consueta del cinema americano e dei suoi eroi che sembrano dichiarare la propria purezza. Quasi un destino quello di Rudy Baylor che lo segna e lo segue, ma se è vero che il lieto fine è in agguato non è così certo che tutto finirà per il meglio e il destino di Rudy si compirà per intero nel momento in cui comprenderà che non sempre è possibile cambiare le regole del gioco (e del mondo), tutt’al più la propria vita. In questo film, lontano da ogni sogno o mondo fiabesco proprio di altre opere di Coppola, il regista americano sembra mostrare tutto il proprio pessimismo, un brutto risveglio per i sognatori come lui, ricercatori di verità dentro il grande spettacolo della vita (e del cinema).

Titolo originale: The Rainmaker
Regia: Francis Ford Coppola
Interpreti: Matt Damon. Danny De Vito, Jon Voight, Claire Danes, Danny Glover, Mickey Rourke, Roy Scheider
Durata: 135’

Origine: USA, 1997