FILM IN TV – Waterworld, di Kevin Reynolds

Fa decisamente uno strano effetto ritornare su un certo cinema del passato prossimo, soprattutto in virtù degli enormi cambiamenti e sviluppi della tecnologia (e quindi del Cinema tutto) ottenuti negli ultimi anni. Rivedere Waterworld oggi comporta quindi anche una riflessione sull’industria hollywoodiana degli anni Novanta, quando la rivoluzione digitale apportata da alcuni pionieri (James Cameron in primis, basti pensare anche solamente a Terminator 2) stava cambiando per sempre il modo di concepire lo spettacolo su grande schermo. Quando un nuovo modo di pensare gli effetti speciali permetteva – anzi, necessitava – la convivenza con l’artigianato (dei trucchi, delle scenografie) e con una componente umana ancora preponderante. Quindi il film di Kevin Reynolds si iscrive perfettamente all’interno di quel titanismo produttivo di un decennio assolutamente di transizione, anni che videro il superamento dei limiti riscontrati negli anni Ottanta, e che si preparavano al capovolgimento totale che sarebbe arrivato di lì a breve. Waterworld è il trait d’union, ad esempio, tra il George Lucas produttore/sperimentatore (i primi Star Wars, Willow) e il demiurgo totale della nuova trilogia, tra Steven Spielberg e i fratelli Wachowski, tra il fantasy artigianale e  quello avanguardistico di Peter Jackson. Con tutti i limiti che gli vanno attribuiti, certo: preso di mira pressoché all’unanimità dalla critica ufficiale ancor prima dell’uscita nelle sale, ai tempi il film vantava il primato di essere la pellicola più costosa della storia del cinema (175 milioni di dollari, pare: ma Titanic era dietro l’angolo), incassando al botteghino statunitense circa la metà delle spese sostenute (ma rifacendosi ampiamente nel resto del mondo).

Un prodotto nato sotto una cattiva stella fin dall’inizio, tra set devastati da tornado e continue incomprensioni tra il regista e la star Kevin Costner, che pare abbia portato a termine personalmente buona parte delle riprese, quasi come un banco di prova per il successivo e altrettanto sfortunato (ingiustamente, però) L’uomo del giorno dopo. Ma a parte tutto questo, cosa rimane di Waterworld oggi? Sicuramente un film che coniuga l’immaginario postatomico alla Mad Max con una concezione classica di avventura, con tutto ciò che questo comporta.  Ambientato in un futuro in cui lo scioglimento delle calotte polari ha trasformato la terra in un globo interamente sommerso d’acqua, il protagonista è un navigatore solitario, per metà uomo e metà pesce, alla ricerca della leggendaria terra di Dryland, l’unico avamposto di terraferma sopravvissuto al disastro. Soffermarsi sui macroscopici difetti di scrittura è un gioco che non porta a nessun risultato, nonostante questo sia stato il passatempo prediletto dei recensori dell’epoca: tanto vale quindi godere appieno di un intrattenimento irresistibilmente naïf, e proprio per questo assolutamente genuino. Un film di avventura nel senso più classico del termine, e non poteva essere altrimenti data la presenza innanzitutto autoriale del protagonista/produttore Costner, tanto ambizioso nei mezzi quanto classico nello spirito: non è un caso infatti che, dopo due ore trascorse galleggiando sulle acque dell’oceano, il film trovi una chiusura esplicitamente e dichiaratamente western.

Titolo originale: id.

Regia: Kevin Reynolds

Interpreti: Kevin Costner, Dennis Hopper, Jeanne Tripplehorn, Tina Majorino, Michael Jeter

Durata: 136′

Origine: USA, 1995