FLEABAG – Love is not enough

Dopo il successo della prima stagione, con la seconda, Phoebe Waller-Bridge alza il tiro e reinterpreta, a suo modo, il tema universale dell’amore impossibile. Su Amazon Prime Video

 

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It was the hope of all we might have been
That fills me with the hope to wish
Impossible things

(To Wish Impossible Things – The Cure)

“… fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle,

l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita”

(Biglietti agli amici – P.V. Tondelli)

Non è facile per un uomo approcciarsi al commento di una serie come Fleabag. Innanzitutto perché suonerebbe inappropriato utilizzare la definizione più comunemente adoperata per definirla: “la serie femminista dell’anno”, a meno di non volersi mettere nella ridicola condizione dell’uomo che vuole spiegare il femminismo.

A dirla tutta, è limitante incasellare questa serie in una qualunque delle definizioni utilizzate per presentarla: femminista, che abbatte gli stereotipi di genere, serie scandalo che rilancia la figura del prete cattolico come sogno erotico (?!). Fleabag può essere tutto questo (o quasi), ma quello che davvero colpisce nella visione di queste due stagioni (ciascuna composta da 6 episodi da 25 min) è, indubbiamente, la sincerità del personaggio (che non è sinonimo di autobiografismo) e delle situazioni, una sincerità raggiunta per accumulo di circostanze paradossali così da stemperare nell’ironia la forte carica emotiva del racconto. La serie, infatti, in un tempo sostanzialmente molto limitato, riesce a toccare tutti i punti focali dello stress delle relazioni umane contemporanee: il sesso, le relazioni di coppia e quelle familiari, ma soprattutto la solitudine; Fleabag è, prima di tutto, un essere umano terribilmente solo, che non ha la possibilità di condividere la sua interiorità con nessuno: familiari, fidanzati, amanti, nessuno è in grado di capirla e nemmeno sembra interessato a farlo, tranne lo spettatore, al quale la protagonista si rivolge direttamente per la necessità di condividere i suoi stati d’animo.

Se la relazione empatica con Feabag si crea all’istante, il merito è tutto della capacità di scrittura di Phoebe Waller-Bridge: creatrice, sceneggiatrice e protagonista della serie. Delle sue qualità, naturalmente, si sono accorti subito in molti, visto che dopo la prima stagione di Fleabag, il suo è diventato il nome più “caldo” del momento passando alla scrittura della prima stagione di Killing Eve (anch’essa osannata e super premiata), fino ad entrare nel gruppo degli sceneggiatori del prossimo James Bond.

Se la prima stagione (uscita nel 2016) si basava su un testo già rodato con successo a teatro, il vero salto di qualità è arrivato con la seconda stagione. Come spesso avviene, infatti, di fronte alle richieste dei produttori di dare un seguito ad una serie di successo, Phoebe si è trovata davanti al bivio di ripeterne gli schemi senza rischiare o, in alternativa, osare e puntare ad alzare il tiro facendo entrare in scena un sentimento totalmente assente nella prima stagione: l’amore. Un amore totale e puro, si puro, anche se la porta a fare sesso con un prete (come Fleabag, anche Phoebe proprio non ci riesce a non rendere paradossali ed ironiche le situazioni).

Nella seconda stagione, infatti, entra in scena un personaggio: il prete (come la protagonista, neanche lui ha un nome proprio nella serie) che, per primo, sembra interessarsi a lei come persona, non per il sesso o per il ruolo sociale della coppia, come avveniva per gli uomini della prima stagione. Finalmente c’è qualcuno, oltre lo spettatore, che riesce a guardarle dentro. e non è un caso, infatti, che lui si accorga di questo “rapporto” con lo spettatore e ne sembri quasi geloso, chiedendole a più riprese di smetterla con quei momenti in cui sembra estraniarsi.

Il fatto che Phoebe abbia deciso di far innamorare Fleabag, dopo una prima stagione in cui gli uomini erano poco più che macchiette, proprio di un prete, lungi dall’essere l’ennesima provocazione della ragazzaccia di Londra (come invece è stata interpretata), è, al tempo stesso, la consacrazione della purezza dell’amore stesso (amare per amare, indipendentemente dalla possibilità di essere ricambiati) ma anche la certificazione del suo fallimento di fronte ai vincoli che noi stessi ci imponiamo.

Il prete, infatti, non è altro che un simbolo dei vincoli insormontabili che noi stessi fissiamo alla nostra vita per non rischiare (per non soffrire), per ancorare la vita a qualcosa di concreto (che sia la fede del prete, o il lavoro e il successo per altri) che rischierebbero di essere destabilizzati da un sentimento così anarchico e totalizzante come l’amore. È proprio il prete a dirle chiaramente: “se faccio sesso con te, io mi innamoro di te e, anche se non brucerò fra le fiamme, la mia vita sarà fottuta”. Phoebe sembra volerci dire che di fronte alla vita, a volte, l’amore non basta e non si può fare altro che reagire con un malinconico sorriso, proprio come Fleabag, quando il prete le dice: “passerà”.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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