Fo fu e fu Fo. Il nostro ricordo di Dario Fo

Non c’è stato titolo più stupido e irriverente di questo, ma che ci vuoi fare, quando credi di aver perso qualcuno di tremendamente importante, non puoi che usare la macabra ironia, l’indignazione amara. O magari, un mesto e scontatissimo “grammelot”, proprio come una giullarata fatta di improvvisazioni e intenti parodici, liberi della scrittura letteraria convenzionale, fatta di parole da masticare, con suoni inconsueti, ritmiche e respiri diversi, fino agli sproloqui folli… Ma in realtà, questo titolo nasce in un bar di periferia, il giorno successivo alla dipartita, dopo il commento di una donna distinta e ben vestita che con il suo compagno di caffè non si spiega tutta questo spazio mediatico lasciato ad un artista, magari anche discutibile, invece di mostrare riconoscenza e rispetto al Presidente Ciampi, per tutto quello che ha fatto. Fo (già) fu, o fu (già) Fo, gli artisti sono artisti, niente più, o più artisti sono niente artisti… soprattutto se il premio Nobel del 1997, ammette che in fondo da premiare sarebbero gli stessi giurati per avere avuto il coraggio di assegnare il massimo riconoscimento a un giullare. Due anni dopo, il “giullare” Benigni vince l’Oscar, balzando, al momento della proclamazione, sui braccioli e gli schienali delle poltrone della sala e raggiungendo il palco passando sopra le teste dei divi di Hollywood.

È questa la forza italica? Sentirsi dire che se al referendum vince il no torneremmo 30 anni indietro: vallo a dire ai cinquantenni e oltre che con un diniego potrebbero rimettersi la minigonna, avere almeno 20 chili in meno, sfrecciare in vespa e mostrare un sorriso perfetto… è questa la forza italica? Trattare male le donne, indirizzarle in cucina e sentire invocare dalle stesse un rimpasto di governo… la forza italica è probabilmente tutta nel paradosso linguistico, gestuale, corporale. Allora caro Fo, la tua elucubrazione prende un po’ più di senso, anche quando ringrazi come maestro di vita il padovano Ruzzante Beolco, sbeffeggiato dai sommi letterati del suo tempo. Disprezzato soprattutto perché portava in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia. Ruzzante, poi viene da ruzzare, che, tra i vari significati etimologici, comprende anche “fare sesso tra gli animali”. Apriti cielo… La donna del caffè evidentemente non fa parte di quella schiera dei disprezzanti, perché oggi non esiste più, perché ormai l’arte è al massimo un ammazza caffè, un (dis)impegno etico e morale, un lager di svitati, più o meno buffamente misteriosi.

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foDario Fo, puer nano di un Caino: “Il mio debutto come autore e interprete di un varietà satirico è avvenuto proprio alla radio, avevo circa ventidue anni. Lo sketch in cui mi esibivo aveva per titolo Poer nano, l’esclamazione che in Lombardia ogni madre usa con tenerezza nei riguardi del proprio figliolo. Equivale al «poro cocco» dei romani. Nella puntata d’apertura mettevo in scena la storia di Caino e Abele, dove Caino è un ragazzotto piuttosto impacciato e goffo, sia nei movimenti che nelle idee, e soprattutto si ritrova tormentato da disavventure a dir poco clownesche. Tutto a rovescio di quanto accade al fratello, Abele, ammirato da ognuno per la sua bellezza e per le sue espressioni gentili e cariche di fantasia che commuovono gli angeli e soprattutto il Padreterno. Il Creatore ha una smaccata predilezione per questo figliolo. Al contrario non sopporta le cantonate grossolane e i gesti da citrullo di Caino. Anche gli animali ridono di lui e lo canzonano. Abele, giocando, si libra quasi nell’aria, leggero, Caino salta, inciampa in un ramo e atterra col muso dentro un pantano maleodorante. Abele recita inni d’amore al Creatore, Caino è stonato e riesce a trasformare in bestemmia anche la più semplice delle preghiere. Il prediletto da Dio bacia un fiore e ne assapora il profumo, Caino bacia il fiore e viene aggredito da un vespone annidato nel fiore che lo becca proprio sul labbro. E così da beffa a sproloquio, al colmo della disperazione, ecco che Caino, esasperato dal confronto crudele che ognuno fa di lui con il fratello, acchiappa un bastone e uccide il dolce Abele. Caino esplode in un pianto disperato. Dio di lassù esclama: «Guai a chi tocca Caino. Mia è la colpa. Lo ammetto, quel figlio mi è riuscito male. Poer nano!”.