Fractured, di Brad Anderson

Una macchina che si muove, senza direzione, in un paesaggio raggelato. Negli spazi troppo angusti dell’abitacolo, la tensione per un rapporto di coppia che va sfaldandosi, come cenere, tra le mani, continua a rimbalzare senza sosta, mentre il dolore generato dal fallimento ridisegna ogni traiettoria. Provare a prendere fiato dalla vita è solo una falsa speranza, la sosta ad una stazione di servizio diventa, allora, un incidente che fa precipitare ogni possibile punto d’appoggio. Non resta che l’attesa, come falso movimento, tra gli spazi di un ospedale pervaso da un indecifrabile senso di minaccia. La posta in gioco è la sanità mentale di Ray, padre e marito, che curva la realtà in una geografia allucinata, in modo da ritrovare nella propria immagine l’eroismo di una figura capace di preservare ciò che ama di più al mondo. Sua figlia Peri e sua moglie Joanne.

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fracturedAffacciato su quel baratro che libera gli incubi di una mente sconfitta dalla vita, il Ray di Fractured, un Sam Worthington che fatica visibilmente nel cercare di tener testa alle torsioni emotive del suo personaggio, è lo sguardo che informa il cromatismo acido e lugubre di un mondo, i corridoi inquietanti di un ospedale, popolati di figure sinistre e ambigue, che va perdendo ogni equilibrio e punto di riferimento. E, allora, la frattura, il trauma a cui allude il titolo dell’ultima fatica di Brad Anderson, è la torsione di senso che, nel suo disorientamento percettivo, viene imbracciata dal protagonista come meccanismo di difesa contro la sua incapacità di affrontare la tragedia.
Mostrando la consueta maestria nel tracciare traiettorie inquietanti e sovrapposizioni allucinatorie, Brad Anderson torna a battere i territori a lui più congeniali, quelli dove la paranoia imprime una curvatura kafkesca alla realtà fino a mandarla in mille pezzi. L’ospedale che fa da geografia di Fractured appare come un labirinto claustrofobico e senza via d’uscita. Spazio segnato da un’ambiguità strisciante che rende impossibile ogni tentativo di decifrazione. Con di nuovo Shutter Island a far da punto di riferimento di un thriller psicologico che, complice anche il meccanismo inceppato della sceneggiatura di Alan B. McElroy, sembra avvitarsi su se stesso, Anderson continua a percorrere la sue personali ossessioni. In Fractured siamo di nuovo al cospetto di un cinema inteso come manicomio, che si regge su un gioco inquietante di ombre cinesi proiettate dalla danza macabra inscenata dalla lotta, perpetua e sfiancante, tra luce e oscurità. Come già in Vanishing on 7th Street, Anderson torna a riflettere sull’assenza di luce come assenza di certezze, questa volta attraverso il corpo disorientato dal buio della propria esistenza di Sam Worthington, uomo di famiglia intrappolato nella sfocatura delle proprie percezioni.
Ma se anche Anderson riesce a mettere a segno un buon gioco tensivo, capace anche di lambire un discorso di denuncia contro una realtà, il sistema sanitario americano, profondamente malato al suo interno, Fractured non va molto oltre l’esibizione vuota di una giostra paranoica. Brad Anderson sembra limitarsi ad esibire il proprio compiacimento di fronte alla maestria del corto circuito percettivo, rischiando di vedere il suo cinema risucchiato nella chiusura di un’immagine che va ripetendo se stessa, senza aver più nulla da aggiungere.

Titolo originale: id.
Regia: Brad Anderson
Interpreti: Sam Worthington, Lily Rabe, Stephen Tobolowsky, Lucy Capri, Adjoa Andoh
Distribuzione: Netflix
Durata: 100’
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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