Gender Bender 2019 – Kanarie, di Christiaan Olwagen

Si è concluso domenica scorsa Gender Bender, il festival internazionale che a Bologna coniuga cinema, teatro, danza, performance, arti visive, musica e letteratura e che quest’anno ha scelto il claim “Radical choc”. Prodotto dal Cassero, il centro lgbti che è anche il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale ad un collettivo di soggettività che oggi chiamiamo queer; l’anno scorso il festival ha festeggiato il premio UBU (il più importante premio italiano per il teatro) conferito al proprio direttore Daniele Del Pozzo come miglior curatore.

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Due i film premiati: Kanarie del sudafricano Christiaan Olwagen, scelto dalla Giovane Critica, e #Female Pleasure della svizzera Barbara Miller, il più votato dal pubblico in sala. Di #Female Pleasure, documentario che racconta le storie di cinque donne che in diversi paesi nel mondo si scontrano con (e combattono attivamente) norme e imposizioni date da religioni e traduzioni culturali tutte accomunate dalla struttura patriarcale, abbiamo già scritto qui, essendo passato a Locarno.

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Con Kanarie capiamo cosa volesse dire crescere gay in Sudafrica negli anni Ottanta, quando Johan, uno smalltown boy che adora la musica, in particolare la New Wave, Boy George, i Queen, i Depeche Mode (non a caso tutti frontmen che tanto hanno giocato con il genere), entra nel coro dei “Canarini”, l’unico posto che vede possibile per sé nel momento in cui deve svolgere il servizio di leva. Per quanto il compito dei Canarini sia quello di supportare con la musica le truppe, vengono disprezzati dagli altri militari perché non si sporcano le mani con la guerra e soprattutto perché si dice (e anche fosse così?) che sono tutti gay. Johan ha realizzato da tempo che nella cittadina in cui vive non potrà mai essere se stesso, considerato che non ci trova nemmeno i dischi che sono ad un tempo il suo pane quotidiano e il suo rifugio.

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Kanarie è dapprima un musical perché la vita di Johan è scandita dal pop e perché solo cantando, suonando e ballando può esprimersi. Il canarino in gabbia desidera volare, purtroppo però non è ancora pronto. C’è da aggiungere che sono gli anni dell’apartheid e le tensioni razziali sono le più acute anche all’interno della piccola comunità che lui e gli altri coristi finiscono per essere, ma non sono le uniche: la religione ha un ruolo fondamentale, anche perché il conflitto viene sponsorizzato come desiderio di Dio. Finora Johan è stato un gay represso, ma la musica ed il sano cameratismo che si sviluppa in caserma lo porteranno non esserlo più.

Il tema chiave è l’accettazione di sè ed il protagonista (ben interpretato da Schalk Bezuidenhout, perfetto sia nei primi piani, sia come performer) potrà contare su chi ha già raggiunto l’agognato traguardo. Per quanto tempo possiamo nascondere di essere ciò siamo, agli altri come a noi stessi? Johan ha la fortuna di incontrare Wolfgang, che avendo già intrapreso lo steso percorso riesce ad ironizzare quando la tensione rischia di esplodere, a sdrammatizzare quando lui non riesce a farlo. Non sappiamo se Johan diventerà una queen come poteva farci intendere la scena inziale, di sicuro però non sarà più in gabbia.
Qualcuno si chiederà se Kanarie è un coming of age movie, un musical, un war movie: è un po’ di tutto, e questo riesce ad essere un suo punto di forza. Ci dice che si può essere leggeri, quando serve, come certe canzoni dei Culture Club.

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