GERMANIA 2006 – La caduta degli Dei?

"E' venuto, se ne è andato, e forse non ritornerà mai più" è così che in Teorema l'Ospite pasoliniano interpreta "l'Adorabile" descritto da Arthur Rimbaud; quel ospite misterioso che possiede, senza distinzione, tutti i membri della famiglia in cui si è introdotto, mandando in frantumi gli schemi e le convenzioni che esistono in essa. Talvolta le "costruzioni", anche quelle in apparenza più solide, crollano, lasciando lo sguardo e il corpo completamente esposti alla "solitudine". E' allora che l'esperienza della perdita rafforza, in uno sguardo e in un corpo ormai mancanti di direttive e di prospettive rassicuranti, il senso dell'instabilità e dell'incertezza di ogni cosa. Dunque, quando il (proprio) mondo oggettivo sembra non avere da offrire più nulla di concreto e di univoco, le maglie di un troppo ottimistico mondo dell'ordine cominciano a disfarsi, lasciando il nostro sguardo spoglio, costringendolo all'esilio e alla necessità di circoscrivere lo spazio per resistere al vuoto, per far fronte alla minaccia del vuoto. Ogni esistenza prospetta la propria costruzione del mondo nel tempo, ma è anche vero che ogni possibile costruzione può apparire come qualcosa di illusorio, alla maniera del desiderio che nella sua infinità contrasta con la finitezza del nostro essere. Il desiderio è quella illusione, della quale si riconosce il limite di fronte alla propria finitezza, all'impossibilità di potersi spingere oltre il proprio naufragio. In Brasile – Croazia, come in molte altre partite di questo Campionato del Mondo, c'è stato più cinema di quanto si possa pensare. Dopotutto il calciatore può essere paragonato ad un regista che costruisce e inventa con destrezza e bravura tecnico-concettuale, ma ciò che costruisce è spesso sospeso in bilico sul rischio del nulla.

Martedì sera nella loro prima partita di questi mondiali, i campioni in carica del Brasile hanno vinto per 1 a 0 contro la Croazia senza però convincere. La storia dei verdeoro (così chiamati dai colori della bandiera brasiliana) è quella più ricca di ogni altra nazionale. Il Brasile è l'unica squadra ad aver giocato in tutte le fasi finali dei mondiali di calcio e l'unica ad aver vinto il titolo di campione del mondo cinque volte: la prima in Svezia nel 1958 in finale contro i padroni di casa (con un Pelé giovanissimo, allora diciassettenne), poi nel 1962 in Cile e nel 1970 in Messico, infine negli Stati Uniti, ventiquattro anni dopo l'ultima vittoria, battendo in finale l'Italia ai calci di rigore, per tornare nuovamente protagonista nel mondiale del 2002 giocato in Giappone e in Corea del Sud. L'unica macchia nella storia di questa grande nazionale è stata la sconfitta contro l'Uruguay nel mondiale del 1950 (l'anno in cui i verdeoro ospitarono la Coppa del Mondo) in un'incontro passato alla storia come il "Disastro del Maracana" dal nome dello stadio di Rio de Janeiro in cui la partita fu disputata. Sebbene con la vittoria sulla Croazia la nazionale brasiliana abbia raggiunto un altro record, otto vittorie consecutive in Coppa del Mondo; quella vista martedì sera è una squadra lontano dalle aspettative e ancora una volta non si può non puntare lo sguardo su quel "fenomeno" di Ronaldo apparso quasi inesistente, legato alle nostalgie per la solitudine compiaciuta di una forma assente. Ma quel campione, oggi forse più solo che mai, anche più di Francia '98, quando fu costretto a scendere in campo nella finale al Saint Denis di Parigi, nonostante le pessime condizioni fisiche, esprime quel senso di "dépence" e fragilità propria del corpo, di "un corpo che brucia la propria energia fino al rischio del crollo e della distruzione", come in quel cinema, tanto amato, in cui si moltiplicano le immagini di corpi che si lasciano andare. Corpi tanto più belli, quanto più fragili. Il capo chino di Ronaldo costretto a piegarsi in un genuflettersi senza remissione, più o meno consapevole di essere osservato, impresso e fissato, una volta per tutte, sull'ottica della pellicola lascia che "la caduta diventi verità, diventi, in maniera sconcertante, non solo una seduzione, ma anche un'esigenza; sottrarsi a questa verità significherebbe una nuova caduta" (K. Jaspers).

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