Hallelujah: Leonard Cohen, A Journey, A Song, di Daniel Geller e Dayna Goldfine

Un documentario Fuori Concorso che nel ricostruire il viaggio esistenziale di Cohen, descrive la nascita di un brano consegnato alla leggenda da una diffusione planetaria incontrollata

Nel percorso artistico di Leonard Cohen un suo brano è diventato un manifesto, Hallelujah, ed il film della coppia Daniel Geller, Dayna Goldfine, Fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, cerca di ricostruirne la nascita e capirne la straordinaria diffusione. Questo inevitabilmente abbraccia interamente la carriera del cantante di origini ebree, un’origine importante da sottolineare perchè nel suo caso ricca di spiritualità e fede. Una genesi musicale complessa, piena di ostacoli, dall’insicurezza giovanile allo scontro con produttori poco lungimiranti a fiutare il capolavoro, ma anche di amici fidati e persone entusiaste. Lo schema del documentario è quello classico, con l’uso del materiale d’archivio raccolto tra le performance in concerto e le dichiarazioni rilasciate in quaranta anni, e le interviste a figure legate professionalmente a Cohen, Brandi Carlile, Eric Church, Judy Collins, Dominique Issermann, John Lissauer, Sharon Robinson, Larry “Ratso” Sloman, Rufus Wainwright, Hal Willner, materiale strutturato per  farne emergere lo spessore umano, legato a filo doppio con il cuore del poeta ispirato dei tempi universitari, dotato già di grande talento nel comporre dei versi. Dai reading in facoltà ad pubblico piazzato a bordo palco il passo non è lungo, le parole del racconto rievocano l’approccio quasi mistico, l’abnegazione, il tentativo di ricercare quanto di buono ci passa davanti, proprio nell’istante in cui siamo chinati a raccogliere, con la convinzione di aver comunque fatto il massimo, e la fatalità farà il suo corso, con il contributo del divino.

L’elaborazione di Hallelujah è durata ben sette anni. Un viaggio, come recita il titolo, tra gioie e dolori, prima di staccarsi dal suo autore e diventare un brano diffuso in ogni dove, si contano a centinaia le versioni, riadattamenti o riarrangiamenti che siano, e questi affluenti sonori sono l’altro pezzo del puzzle, figli più o meno cresciuti. Su tutti la cover struggente di Jeff Buckley arrivata a superare l’originale come notorietà ed il potere di generare altri discepoli tra generi diversi della galassia musicale, dal gospel, al rock al blues, contributi montati in sequenza per illustrare lo straordinario movimento scatenato dalla canzone. Un tale successo da oscurare addirittura lo stesso Cohen, che infatti, nel frangente descritto, scompare nei camerini, cancellato dalla scaletta.

Il tempo della narrazione è cronologico, parte dagli esordi per arrivare ai saluti, consegnati alla leggenda da un album oscuro e premonitore, You Want It Darker, uscito a pochi giorni dalla morte, un intervallo molto ampio da riempire di ricordi, vicende e casualità, un mosaico multicolore tormentato da qualcosa di indefinito, un’inquietudine esistenziale, il bisogno di amare e farsi amare, i modi educati, la gentilezza congenita. L’omaggio all’uomo arriva dalle voci che intonano quel ritornello magico, arrivato ad un pubblico trasversale soprattutto dopo la scelta per la colonna sonora di Shrek, epurando il testo dalle parti sconce. L’analisi audio visiva permette di verificare il portato quasi magico delle parole, i simbolismi, le parti esplicite e quelle criptiche, ed un insieme vissuto e contrastato quanto l’anima del compositore.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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