Hayao Miyazaki, un ponte tra due mondi

Hayao Miyazaki

Le sue opere possiedono la capacità di unire mondi e culture talmente differenti con una leggerezza che è propria solamente dei grandi; tutto il cinema del maestro giapponese è infatti da sempre impegnato nel collegare tra loro il mondo orientale e quello occidentale, costruendo una sorta di ponte tra questi due universi così lontani eppure così vicini.

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Mostra di Venezia 2005, anno del Leone d’oro alla carriera per Hayao Miyazaki.  E’ l’ultima sera del Festival, e mentre il Lido comincia progressivamente a svuotarsi, chi ancora è presente assiste alla proiezione di Porco Rosso. Alla battuta “meglio maiale che fascista”, divenuta ormai un classico, il Palagalileo (oggi Sala Darsena) viene giù dagli applausi del pubblico, ed è un momento che, per chi c’era, non si riesce a dimenticare tanto facilmente. Citiamo sempre volentieri questo aneddoto, perché in qualche modo è rappresentativo di una delle tante peculiarità artistiche di Miyazaki: cioè la capacità di unire due mondi e due culture talmente differenti con una leggerezza che è propria solamente dei grandi; tutto il cinema del maestro giapponese è infatti da sempre impegnato nel collegare tra loro il mondo orientale e quello occidentale, costruendo una sorta di ponte tra questi due universi fondati su valori così lontani eppure così vicini. Perché, alla base di tutto, Miyazaki pone sempre e comunque l’uomo. O meglio, il bambino, l’unica vera speranza per il futuro dell’umanità: un embrione da preservare e proteggere, dal momento che è nel magico e tormentato momento dell’infanzia che si possono cementificare e rafforzare le fondamenta di una persona in grado di affrontare e sconfiggere tutti i mali possibili dell’umanità (un titolo per tutti: Il mio vicino Totoro). Il rapporto del regista giapponese con la cultura occidentale è sempre stato esplicito e cristallino, soprattutto in ambito letterario: basti pensare a Laputa, la città delle nuvole inventata da Jonathan Swift nel suo I viaggi di Gulliver, oppure all’influenza della saga fantascientifica di Dune di Frank Herbert per Nausicaa nella valle del vento, o ancora al ciclo fantasy Earthsea di Ursula K. De Guin (trasposto su grande schermo dal figlio Goro, ma implicitamente presente in buona parte della filmografia paterna). Ed è un elenco che potrebbe continuare ancora a lungo…

 

Hayao Miyazaki nasce a Tokyo il 5 gennaio 1941, in un clima familiare sereno che gli permette di non conoscere in prima persona la povertà e la distruzione della Seconda Guerra Mondiale; ciononostante, il tema del conflitto tornerà costantemente nelle sue opere, rafforzando la sua immagine di regista pacifista avverso a qualsiasi forma di violenza tra gli uomini. Oggi il nome di Miyazaki è legato prevalentemente a quello dello Studio Ghibli, la casa di produzione fondata nel 1985 insieme al collega e amico Isao Takahata (regista del fondamentale e meraviglioso Una tomba per le lucciole), ma i suoi esordi nel campo dell’animazione risalgono agli anni Sessanta, quando conosce il maestro Yasuo Otsuka, per il quale collaborerà alla realizzazione di La grande avventura del piccolo principe Valiant. Sono anni in cui presta il proprio talento di disegnatore ad alcune importantissime produzioni, prime tra tutte il capolavoro Il gatto con gli stivali di Kimio Yabuki, celeberrima rivisitazione del classico di Perrault. Nel decennio successivo, sempre insieme all’inseparabile Takahata, partecipa al progetto World Masterpiece Theater,  una serie animata a cadenza annuale (dal 1975 fino al 1997), incentrata sulla trasposizione di alcuni classici della letteratura per ragazzi (tra i quali Heidi e Anna dai capelli rossi); limitarsi ad un banale elenco tutti i lavori televisivi di questo periodo non renderebbe giustizia all’infaticabile estro lavorativo di Miyazaki il quale, un anno prima di esordire nella regia cinematografica con Lupin III – Il castello di Cagliostro, realizza una delle serie ancora oggi più famose ed amate: Conan, il ragazzo del futuro (1978). Dopodichè, nel 1982 viene addirittura messo sotto contratto dalla RAI, per la quale dirige i primi sei episodi di Il fiuto di Sherlock Holmes. Dalla nascita dello Studio Ghibli in poi, la carriera di Miyazaki è un successo ininterrotto, la consacrazione definitiva di uno sguardo sull’Uomo e sulla Storia in grado di appassionare le platee di tutto il mondo; anche l’Italia, nonostante molti suoi lavori siano arrivati da noi con imperdonabile ritardo. E’ stato solamente grazie all’Orso d’oro a Berlino nel 2002 con La città incantata, che i nostri distributori hanno cominciato a guardare con interesse alle opere del Maestro: oggi Kiki – Consegne a domicilio raggiunge i cinema dopo quasi un quarto di secolo, mentre l’anno scorso toccò invece a Laputa – Il castello nel cielo; tutti film che gli appassionati italiani hanno potuto conoscere nel corso del tempo grazie all’home video e alle pay tv, e che ora tutti noi possiamo riscoprire nel contesto più consono della sala cinematografica. E’ un’occasione da non perdere, per rendersi ulteriormente conto – qualora ce ne fosse ancora bisogno – della grandezza di un cineasta che da sempre sposa la poesia e l’incanto attraverso un sense of wonder unico e preziosissimo. Un cinema che vive di elementi primordiali in perfetta simbiosi con il mondo della natura, aereo e libero da qualsiasi costrizione della forza di gravità (il volo è da sempre una delle tematiche ricorrenti, da Porco Rosso a Princess Mononoke, passando ovviamente per Kiki), per ribadire con forza tutto l’amore del suo Autore nei confronti della pace tra gli esseri umani. E’ questo, più di ogni altra cosa, che rende Hayao Miyazaki un regista (e un uomo) universale.

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