Hokage (Shadow of Fire), di Shinya Tsukamoto

L’anno zero del cinema di Tsukamoto, visione sottocutanea che si aggira tra la ruggine della Storia, detriti del dopo-bomba in una sospensione temporale alla Wakamatsu. VENEZIA80. Orizzonti

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Hokage è l’anno zero del cinema di Tsukamoto, la dimensione universale di tutta la sua poetica, un racconto che tiene insieme l’ambizione letteraria dei grandi romanzi corali di guerra con l’economia del segno che il grande cineasta giapponese è andato praticando sempre più nell’ultimo decennio. Un anno zero che si aggira tra macerie del conflitto, per l’appunto, rosselliniane ma che soprattutto assume da subito l’astrazione temporale dell’ultimo Wakamatsu (Caterpillar ma anche The millenial rapture), di cui davvero con gli anni Tsukamoto sembra essere diventato il discepolo più cristallino: siamo all’indomani di una guerra ma i riferimenti ad un’epoca precisa si perdono tra i cocci di esistenze che cercano soltanto di ricostruire una minima impalcatura di vita dopo le bombe.
Se c’è bisogno di uno sfondo storico più chiaro, Tsukamoto ci suggerisce di cercarlo tra la ruggine della casa della prostituta che è la prima dei personaggi che incontriamo, nei dettagli strettissimi con cui la mdp indaga la calce scrostata e gli angoli ammuffiti dell’appartamento disastrato: la Storia si annida in quelle intercapedini, tanto che più avanti Hokage ci mostrerà una veduta dall’alto della città distrutta svelando un evidente modellino che si eleva pochissimo in altezza dal pavimento di quella casa, un po’ come quando resti a fissare per lunghi minuti le striature delle mattonelle di una stanza, immaginando chissà quale forma e percorso. Ecco, per Tsukamoto la forza dell’immaginazione e dell’inconscio è un vettore potentissimo, in grado di apportare sostanziali modifiche alla realtà senza neanche più bisogno degli innesti cyberpunk sulle visioni, per cui il regista è divenuto celebre agli esordi – nel finale, l’eco di un colpo di arma di fuoco soltanto evocato metterà fine a qualsiasi barlume di speranza del bambino protagonista nei confronti di una vita meno derelitta per lui e per l’amico reduce.

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Se il rapporto tra il bambino e la donna potrebbe portarci dalle parti del meraviglioso Kotoko, seppur qui spogliato da qualsiasi deriva punk o japanoise, Tsukamoto gioca ossessivamente a sparigliare le carte, mettendosi a inseguire ogni rivolo di una narrazione che intreccia incubi e i deliri post-bellici con la violenza degli ultimi sugli ultimi, frammenti colti anche solo per brevi istanti di storie più grandi, solitudini e vendette e inaspettati legami e gesti di generosità. Ruota tutto intorno allo sguardo di un piccolo pickpocket che attraversa diversi improvvisati “tutori” adulti mentre cerca di sopravvivere per le strade post-liberazione, e allo stesso tempo mentre cerca di mantenere la sanità mentale e la propria umanità seppur circondato da follia, shock e traumi che appaiono abissali: eppure, la parabola del film riesce ancora a trovare la forza di aprirsi ad abbacinanti istanti di improvvisa sospensione e poesia quasi alla Imamura, mani tese verso la luna piena, la possibilità di un calore umano anche minimo come una zuppa da condividere.
Hokage vibra così in maniera spesso insostenibile di corde ancestrali come le ombre che avvolgono tutte le inquadrature, capace di lambire la dimensione dell’affresco pur mantenendo il focus ad altezza bambino, di evocare l’orrore con i primi piani sugli occhi disperati dei suoi personaggi, di raggiungere una tensione assolutamente contemporanea stratificando dissolvenze, sovrimpressioni, materia irrequieta che sedimenta e lavora incessantemente su ogni immagine, e ogni tassello di questi racconti. La forza intatta del cinema di Tsukamoto di incollartisi addosso e di non mollarti più, per i giorni successivi, ogni volta che proverai a chiudere le palpebre. Vero, irrinunciabile cinema sottocutaneo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
4.75 (4 voti)
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