I bambini di Rue Saint-Maur 209, di Ruth Zylberman

Per quelli la cui condizione di sopravvivenza è stata di nascondere ciò che ha spezzato la loro vita, una rampa di scale, il pavimento di un cortile, un corridoio o una finestra sono tante piccole pietre verso un passato ritrovato…


Ruth Zylberman

C’è un’assuefazione progressiva, un trapasso quasi indolore verso una assenza di considerazione dell’altro, vi è, in questa complessa e sempre più autarchica convivenza del terzo millennio, un egoismo fatto di misantropia e disinteresse, se non di assoluta indifferenza che stupisce e lascia pressoché atterriti. Muri e chiusure, respingimenti e diaspore, nulla sembra più contare se non la paura dell’altro che nella cronaca si fa materia vivente e non news più o meno pataccata, più o meno ingigantita.
Più o meno indirettamente, più o meno esplicitamente un costante pensiero che ancora trova spazio, lavora con carsica persistenza in direzione opposta, con l’ostinazione di sempre. E alla fine ci si accorge che c’è sempre della fatica nel costruire, oggi frammenti di umanità.
I bambini di Rue Saint-Maur 209 di Ruth Zylberman, prova a farlo e costruisce, con sagacia e perseveranza tutta ebraica, un testo filmico che, del tutto consapevolmente (si ritiene), si oppone ad una anestetizzazione delle coscienze, fondando su una memoria comune e condivisa, sebbene circoscritta ad un microcosmo urbano, la volontà di ricostruire non solo le vite di deportati nei campi di sterminio nazisti, ma soprattutto la fitta, fittissima rete di relazioni che legava le persone e che, inesorabilmente, venne spezzata il 16 luglio 1942 dal rastrellamento che i soldati del Terzo Reich fecero nel grande condominio di rue Saint-Maur 209 a Parigi per la gran parte occupato da famiglie di origine ebraica.
Ruth Zylberman è metodica, instancabile nella sua ricerca di nomi e persone e nel suo immaginario che condivide con noi, lentamente lo stabile che nella forma vuota del disegno che lo riproduce appare all’inizio come una griglia vuota, man mano che i post-it aggiungono i nomi delle famiglie e delle storie che l’accompagnano, sembra riprendere vita, colorarsi del colore di una specie di quotidiana vitalità che non scolora al trascorrere del tempo. Il cortile, secondo l’insegnamento dei Giusti, diviene il centro dell’umanità, dove è sufficiente la salvezza di uno solo per salvare l’intero genere umano.
I bambini, i genitori, le storie che, come accadeva dalle nostre parti – e il nostro cinema ha saputo raccontarlo a cominciare da quel neorealismo che sentiamo oggi così vicino e indispensabile – smettevano di diventare storie di singoli per trasformarsi in vicenda collettiva, in sentire comune, in solidarietà non annunciata dai tanti like di un social, ma testimoniata con il corpo, con l’essere là a condividere la sconfitta e il dolore.
Il cinema della Zylberman, che procede dal minuscolo verso il maiuscolo, per tornare alla fine all’origine, nella pregevole simbiosi con i ritmi della vita, ci obbliga a ripensare alla vita quotidiana prima del disastro, in una specie di rilettura di una memorialistica fatta di successive stratificazioni delle relazioni, di giochi di bambini, di sarte e di donne magari burbere, ma piene di una segreta umanità, di scuola, quindi a tutta quella marginalità strutturata che anima la vita di ogni condominio di ogni grande città. L’autrice con una attenzione sempre vigile, sottraendosi, possibilmente, al protagonismo innato della macchina da presa, pedina i suoi protagonisti e li insegue in Francia, a pochi passi da Rue Saint.Maur, o al di là dell’Atlantico e ne raccoglie i ricordi, misura la distanza che alcuni hanno voluto (magari giustamente) mettere tra quella vita e quella successiva, ne rispetta gli umori e soprattutto i fa testimone di quelle memorie, ne sollecita il riaffiorare, ricostruisce la rete delle relazioni, suggerisce i nomi e restituisce con le sue immagini quell’emozione improvvisa che non può essere trattenuta anche da chi vorrebbe dimenticare, Ma questa maniglia è stata toccata dai miei genitori? Le pietre sono sempre le stesse? Ma i miei genitori quindi hanno camminato su queste pietre? si chiede ad un certo punto uno dei bambini sfuggiti al rastrellamento che oggi vive negli Stati Uniti quando ritorna in Rue Saint-Maur.
Il progetto di Ruth Zylberman ha uno sviluppo preciso e mentre il film ci suggerisce il passato, il suo lavoro si adopera per renderlo vivo in una sorta di continuazione nel presente. Il finale è il segno tangibile di questo passaggio di testimone, di questa confusione benefica tra il passato e il presente, di una memoria che passa di mano per non estinguersi, in un rito collettivo autentico, davanti al palazzo di Rue Saint-Maur 209, dove alcuni bambini sono divenuti adulti troppo presto e che oggi, con gli anni addosso e le rughe sul viso sembrano essere tornati a diventarlo con la commozione che scioglie anche la distanza nel tempo.
I bambini di Rue Saint-Maur 209 è composto da pezzi di storie private, non troppo dissimili da quelle che leggiamo tra le righe della cronaca in questo presente che non ha alcun bisogno di far rivivere la storia.


Titolo originale:
Les enfants du 209 rue Saint-Maur, Paris 10ème
Regia: Ruth Zylberman
Genere: Documentario
Origine: Francia, 2018
Distribuzione: Lab80
Durata: 100’