I cento miracoli di Anne Bancroft

Segni cinematografici particolari? Dopo ogni telefonata cruciale si sfilava sempre, immancabilmente e nervosamente, l'orecchino… La sua originalità? Un immenso senso dell'umorismo che si schiantava contro un temperamento drammatico degno di una dea di Bergman. O per dirla con Arthur Penn: «Era un'attrice magnifica e una donna dalla gamma emozionale ricchissima». E quando a Hollywood non c'era trippa per gatti ecco andarsene a Pinewood da Mike Figgis (Mr. Jones, 1993) o da David Jones (84 Charing Cross, 1987). Anna Maria Louise Italiano, alta 1,69, una delle più seducenti, versatili, colte e sanguigne attrici newyorkesi di origini italiane, dagli anni 60 ad oggi (dalla crisi di Hollywood post '48 alla «nuova onda» kennediana, dalla Restaurazione anni 80 all'attuale crollo verticale), conosciuta con il nome d'arte di Anne Bancroft, e per la sua voce secca, bassa e afona, non meno sexy del corpo, è morta lunedì notte al Mount Sinai Hospital di New York. Cancro all'utero.

Iniziò, lei nera e ombreggiata come Anna Magnani, soprannominata Annie, fianco a fianco con una Marilyn Monroe biondissima e già «The back», in un post noir dell'inglese Roy Ward Baker, Don't bother the knock (1952), ma la sua filmografia, interrottasi solo quattro anni fa con Heartbreakers – Vizio di famiglia di David Mirkin (più che altro perché è molto difficile promuovere un qualunque copione di questi tempi) non sarà mai confinata in ruoli «etnici» e non finirà, e drammaticamente, solo dieci anni dopo sotto contratto con la Fox. Sarà invece lunga, articolata, cosmopolita, sofisticata. Con picchi notevoli. Anne Bancroft veniva dal teatro off-off e dagli sceneggiati tv della fronda anti-maccartista (quando tutta l'intelligenza espulsa dagli Studios rifioriva cautamente sul piccolo schermo), partecipò al salutare scossone degli enfant terrible sessantottini, e cercò di sopravvivere all'invasione dei barbari produttori trentenni clonati e globalizzati, incravattati e monoteisti dell'audience/ box office, ascesi sciaguratamente a Wall Street nei primi 80 e ancora mai ricacciati indietro…

Certo, la sua splendida regia, Fatso, non a caso del 1980, restò unica. Ma i suoi ruoli da incorniciare sono quasi quanto i gol di Pelè. Il dottor Cartwright di Missione in Manciuria, (Seven Women) su tutti, regia di un gigantesco John Ford, anche perché se fossero tutte come quel medico le donne italiane religiose di oggi, non avremmo il terrore che abbiamo aspettando il referendum sulla fecondazione assistita. Poi il film dell'Oscar '63 (e vinse anche San Sebastian nel 1962), Anna dei miracoli, di Arthur Penn dove, nell'Alabama anni venti, è l'insegnante semi cieca di una bambina cieca; Jo Armitage di The pumpkin eater, dell'inglese Jack Clayton, che le dette la palma d'oro di Cannes nel 1964 e una candidatura all'Academy Awards; mrs. Kendal di Elephant man, l'opera che impose nel 1980 David Lynch come visionario dell'ultima generazione; Essere o non essere, omaggio anti hitleriano a Lubitsch di suo marito Mel Brooks (con il quale si divertì anche in Blazing Saddles e nel Dracula del '95); miss Nora Dinsmoor di Paradiso perduto (Great Expectation) di Alfonso Cuaron, fiaba chiave della nuova onda messicana punk-romantica; la senatrice Lillian DeHaven di Soldato Jane, esordio inquietante e sovversivo della meditazione di Ridley Scott sul «militarismo Usa» ('97) … e naturalmente la sua Mrs. Robinson del Laureato ('67), di Mike Nichols, la gran dama d'irresistibile sex appeal che conquistò Simon & Garfunkel quasi quanto l'inesperto Dustin Hoffman. E ancora i western con Allan Dwan, e i filmoni con Franco Zeffirelli, Sidney Lumet, Norman Jewison, Sidney Pollacj, Herbert Ross, Robert Wise, Michael Cimino (di The Sunchaser, 1996, dove è ancora una dottoressa, Renata Baumbauer), Harold Backer (Malice, `93), Andrew Bergman (Mi gioco la moglie… a Las Vegas, `92), Paul Bogart (Amici, complici, amanti, `88) ovvero tutte le «gran dame» della regia cool, colta e a tutto tondo, tutti i creatori di forme spazio-temporali troppo impegnativi e poi via via sempre meno «di moda».

Nata nel Bronx il 17 settembre del 1931, in 75 anni di carriera, drammatica e comica, teatrale, televisiva e cinematografica, Anne Bancroft ha girato 65 film, e oltre all'Oscar ha vinto due Golden Globe (Laureato e The pumpkin eater), due Tony (uno sempre per The miracle worker, dal dramma di William Gibson nel quale era «Annie» Sullivan, l'insegnante determinata di Helen Keller e per Two for the Seesaw con Henry Fonda) e un Emmy nel 1999 per Deep in my heart. Solo 8 altri attori hanno vinto Tony e Oscar per lo stesso ruolo (Joey Grey, Shirley Booth, Rex Harrisn, Yul Brinner, Paul Scofield, Jose Ferrer e Jack Albertson). Nel `96 era stata insignita di un premio speciale per la carriera, e probabilmente il giudizio di Mike Nichols ne sintetizza il motivo: «era una performer magistrale perché teneva insieme cervello sincerità umorismo e sensualità». Quattro volte quasi Oscar, anche per la Emma Jackin di Due vite e una svolta (The turning point, `77) e per la machiavellica madre superiora, suora Miriam Ruth di Agnes of God (`85). Peccato non ritrovarla in Terms of endearment e o nell'Esorcista (per una gravidanza): avrebbe tolto molte lacrime di plastica dal primo, e aggiunto più fifa al secondo. Perché, grazie al training Arthur Penn, teneva testa a qualunque attore di Hollywood. Basta ricordare il momento più pop dell'era new Hollywood quando un ingenuo Dustin Hoffman (30 anni) è senza scampo davanti all'adulta (solo 5 anni di più): «signora Robinson, sta cercando di sedurmi, vero?».