I film vvvvid su Sentieri selvaggi: Distretto 13 – Le brigate della morte, di John Carpenter

Distretto 13 è il primo film professionale di Carpenter. Dopo il cortoBroncho Billy e l’esordio di Dark Star c’erano state solo delle sceneggiature e quando dei produttori indipendenti di Philadelphia gli propongono di girare il film Carpenter non si tira certo indietro. E realizza quello che considera spesso il suo film preferito, l’unico forse totalmente fedele alle sue idee dall’inizio alla fine. Lo dirige in soli 24 giorni con appena 300.000 dollari, per la prima volta con attori professionisti, quasi tutti suoi amici dell’Università di cinema da lui frequentata.
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È il tempo a scandire la storia, tutta chiusa in una giornata. Tempo claustrofobico, chiuso, predeterminato, dal quale sembra impossibile fuggire. Carpenter lo evidenzia persino in sovrimpressione, scandendo le varie fasi del “plot” con l’ora precisa in cui avvengono.  Un po’ per mimetizzare la storia in una specie di “documento”, per accentuare cioè il realismo. Ma anche per segnalarne l’assoluta contemporaneità degli eventi, tutti convergenti in unico, disperato luogo, il Distretto assediato del titolo. Tre personaggi/storie e un personaggio/sottotesto continuamente presente. Il poliziotto, i detenuti e il signore con la bambina sono le tre storie, la banda che si unisce in un patto di sangue e semina il terrore nel quartiere è il sottotesto che le unisce, il Distretto il luogo ove tutto si ri(s)compone.
Il 13esimo Distretto è in smobilitazione, è ormai troppo isolato in quel punto del quartiere, praticamente non più difendibile. Bishop, il tenente nero cresciuto in quel quartiere (Los Angeles sud, il ghetto) viene inviato per “chiuderlo”, quasi una pratica burocratica. Ma già l’arrivo lì è per lui il ritorno al passato, la memoria che riaffiora, l’infanzia, il padre che per punirlo lo fece rinchiudere in una cella, da bambino. L’altro personaggio, che poi smuoverà la storia, è l’uomo che con la sua bambina gira per il quartiere alla ricerca dell’abitazione della figlia più grande, con l’intento di convincerla a ritornare a casa. Ultimo dei protagonisti è il gruppo dei tre condannati, che per malattia di uno di loro si troverà costretto a fermarsi nel Distretto. Tre strade diverse, tre storie che si ritroveranno in un unico punto di incontro.
distretto 13La scena dell’uccisione della bambina e del gelataio è tra le più belle e agghiaccianti del cinema di Carpenter. Piena di rinvii, di attese-disattese, e di una crudeltà davvero inquietante. Come terrible e violento è l’inseguimento folle e l’uccisione di uno dei killer da parte della bambina, in pieno raptus omicida, tutto girato in un’oscurità da vero incubo noir. Ma gli altri componenti della banda hanno appena fatto un patto di sangue e la vendetta genera altra vendetta. Da qui l’accerchiamento del Distretto, le guardie uccise, l’assalto. Nel Distretto posto sotto assedio le reazioni al primo attacco sono diverse: il tenente, stretto tra la praticità dell’azione e la riflessione sull’assurdità del fatto “in pieno XX secolo”; Leight, la ragazza “forte”, vera eroina del film, Julie, presa dall’isteria e ovviamente subito dopo vittima innocente; il padre della bambina, sotto shock, avvolto, nella più completa afasia, sotto le coperte; infine i due detenuti Wilson e Welles.
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Da un lato il western. Il genere preferito di Carpenter, quello che avrebbbe da sempre voluto realizzare ma che per gli strani e assurdi casi della vita nessuno finora gli ha mai dato la possibilità di dirigere. Dall’altro l’horror, genere rinato nel ’68 con La notte dei morti viventi di Romero e in quegli anni in pieno boom dopo il successo de L’esorcista di Friedkin.
Il western. “Se fossi stata più veloce Julie sarebbe ancora viva” dice l’eroina Leight. Non è forse una frase da western? Infatti per il suo primo film “professionale” Carpenter non riesce a rinunciare alle sue passioni per il genere, e ad una lettura meno superficiale Distretto 13 ha tutte le caratteristiche del western, seppure metropolitano. Le figure che vi compaiono sono le stesse e in definitiva si può dire che Carpenter rilegge la cultura metropolitana degli anni Settanta proprio attraverso il mito del West. Il Distretto infatti non è che il fortino assediato, la città è la nuova frontiera mentre la banda sono gli indiani metropolitani moderni. A voler giocare col parallelo persino le pallottole che sibiliano al silenziatore assomigliano più al rumore delle frecce che non alle esplosioni tipiche dei film d’azione classici. La rilettura che Carpenter fa di Un dollaro d’onore, con il Distretto/prigione assediato, con la complicità tra i personaggi che dentro resistono è fin troppo palese, al limite del plagio… ma Carpenter mostra tanto amore per quel cinema classico di cui si è nutrito per tutta l’adolescenza che non potrebbe mai essere accusato di questo. Certo è che i guerrieri vengono uccisi a frotte proprio come gli indiani in moltissimi film western.
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da John Carpenter, la visione oltre l’orrore, Ed. Sorbini, Roma, 1995