I grappoli del Furore – Popolizio legge Steinbeck

Nel 1936 gli Stati Uniti d’America stanno attraversando la loro crisi più nera. John Steinbeck, scrittore arrivato al successo nazionale grazie al romanzo Uomini e Topi, in quell’anno terribile lavora come giornalista per il San Francisco News. Appassionato progressista e attento osservatore della realtà che lo circonda, Steinbeck ha il compito di documentare, con una serie di articoli, l’immenso fiume umano che, dalla miseria del Midwest, si sta riversando in California. Attratti da oniriche offerte di lavoro e dalle promesse di una terra dove “basta allungare una mano per raccogliere un’arancia”, centinaia di migliaia di disperati, infatti, si sono incamminati lungo la Route 66 per arrivare sulle coste del Pacifico. Costrette a scappare dalla propria terra, spolpate dell’ingordigia avida delle banche e sfiniti da una povertà che, dopo le tempeste di polvere, si è fatta sempre più implacabile, le famiglie di nuovi poveri, in cerca di un futuro, arrivano senza sapere cosa aspetta loro. L’ostilità dei californiani, terrorizzati da questa orda di nuovi barbari, e l’effimera situazione economica che li accoglie, creano un incubo sociale che sconvolge lo scrittore nel profondo. Segnato dall’esperienza Steinbeck decide di trasformare il suo lavoro in un romanzo, Furore, che diventerà la sua opera più importante, il ritratto più sincero delle disgrazie di una classe abbandonata se stessa.

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Nell’adattamento per il teatro fatto da Emanuele Trevi, della trama principale di Furore c’è davvero poco. La vicenda della famiglia Joad non è quasi mai evocata, lasciata ai margini della rappresentazione. Solo alla fine, la vicenda eroica di mamma Joad e dei suoi figli diventa centrale, forse per ribadire la sua origine letteraria. Attraverso le parole e la forza scenica di un immenso Massimo Popolizio, invece, a rivivere sul palcoscenico, non è il caso emblematico di una famiglia di disperati ma un’intera comunità allo sbando. Le immagini evocate dall’attore, e ribadite dallo straordinario lavoro di ricerca fotografica (le strazianti fotografie di Dorothea Lange e Walker Evans, oltre ad essere parte integrante del racconto teatrale sono allestite in una mostra-appendice nel foyer del Teatro India), raccontano un mondo apocalittico. Schiacciati dal nostro immaginario truccato, è faticoso credere che la nazione più potente del mondo abbia vissuto l’Orrore. Simile al deserto di Mad Max o alle fini del mondo di Last of Us e di Death Standing, gli Stati Uniti di Steinbeck, mai come in questo spettacolo, rovesciano sullo spettatore/lettore tutta la loro desolazione umana, tutto il loro egoismo.

Furore, non solo adatta per il palcoscenico un romanzo grandioso, ma è un’opera di oscena attualità. Il pubblico non rivive solamente la miseria e la disperazione di questi (vecchi) immigrati. Davanti a noi sfilano uomini e donne che in cerca di dignità, di futuro, di speranza, sono disposti ad affrontare l’indicibile, a commettere l’impensabile. Lo spettatore rivive sulla sua pelle gli orrori di un Capitalismo rapace e vorace, un Sistema assassino che toglie la terra a chi la semina, brucia i campi a chi li coltiva, uccide le bestie a chi le alleva. La Banca, il Mostro, è l’Avversario che colpisce tutto ciò che è vivo solo per accrescere la propria mortale massa. Il Profitto, disgustosa parola che è bestemmia e maledizione, fa marcire i frutti della terra pur di non regalarli agli affamati, inquina l’acqua pur di non consegnarla agli assetati. Il Profitto divide le famiglie, uccide i neonati, stupra la Terra. Basterebbe così poco affinché tutto finisse, come ci urla Steinbeck/Popolizio. Basterebbe che gli Io, Io, Io diventassero, finalmente, un Noi. Basterebbe solo questo.

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