Il canto delle cicale, di Marcella Piccinini

Nella forma di un diario, privato ma anche corale, l’autrice si riappropria della propria voce e rimonta in immagini e parole gli anni difficili e il calvario finale passato con la madre malata

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Una madre malata, una figlia che la cura, per sette lunghi anni, dentro e fuori da un coma, ma che poi, quando non riesce più a gestire da sola la situazione deve affidarla a una struttura, una di quelle ‘residenze’ che in molti casi, come anche in questo, diventano l’ultimo, triste rifugio degli anziani. Il canto delle cicale di Marcella Piccinini – in concorso all’ultimo Biografilm Festival di Bologna, dove ha ricevuto una menzione speciale della giuria e ora in attesa di una distribuzione – racconta quel legame ancestrale che spesso, di fronte alla malattia, si trasforma in una simbiosi patologica che risucchia a sè il mondo intero. Ma, per fortuna, qua il mondo non scompare, anzi partecipa attivamente alla sfida che le due donne affrontano appoggiandosi alla rete di presenze, sguardi e voci amicali che hanno saputo intrecciare, l’una come insegnante, l’altra, nei suoi diversi ruoli nel cinema, scenografa e costumista e da ultimo regista, allieva e collaboratrice di Marco Bellocchio (felice il suo esordio, nel 2016, con un film dedicato alla grande figura di Joyce Lussu). Così, la Piccinini fa del cinema biografico una forma di intervento sociale e di terapia, per la madre ma forse in primo luogo per se stessa (decidendo, tra l’altro, dopo vari rifiuti, di autoprodurre il film con l’aiuto di alcuni amici…).

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Nella forma di un diario, privato ma anche corale (scritto insieme a Marianna Cappi), si riapproprierà della propria voce e rimonterà in immagini e parole (con la supervisione di Aline Hervé) quegli anni difficili e il loro calvario finale. Sono parole di semplice affetto, affidate al telefono e alle sue chat, pronunciate da amici e conoscenti. O quelle, poetiche, di autori e artisti amati come Gianni Rodari o De André – del quale risuonano i bellissimi versi del recitativo ‘Le nuvole’ che apre il disco omonimo del 1990 – o quelle scritte dal nonno materno della regista, il poeta Luciano De Giovanni. Ma anche le parole di un diario segreto che affiora dopo quasi 40 anni e dove la madre si rivolge alla figlia bambina interrogandosi sul suo futuro di donna. Un tappeto sonoro di ‘voci nel tempo’, cui fa da contrappunto quel frinire di cicale che obbedisce alle misteriose leggi della natura, promessa di vita e di raccolto, di un’estate oggi sempre più minacciata da arsura e siccità.

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E’ questa l’altra dimensione del film, che lavora in maniera dichiarata sul parallelo tra la cura per l’umano e quella per la natura che irrompe a scandire il racconto intimo e personale. Allora, mentre la presenza umana scompare o si limita alla mano che pianta il seme, tocca a fiori, insetti, animali, occupare la scena in primissimo piano. Insieme al mare di terra scura della Bassa Padana – da cui origina la Piccinini – o alle onde del mare vero del finale, queste immagini di luce e ombra evocano il silenzioso cinema di poesia di Franco Piavoli (che infatti compare tra le voci chiamate, simbolicamente e non, a raccolta dalla regista al capezzale della madre).
A venti anni esatti da un’opera, da allora divenuta referenziale anche rispetto all’utilizzo degli archivi privati e pubblici come Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, Il canto delle cicale ci offre un’altra testimonianza, sincera sino all’estremo, sul dolore del rapporto tra figlia e madre e sul potere dell’istituzione medica sulle nostre vite. Se in quel film la madre, ospedalizzata e infine suicida, era un’ombra vaga nei ricordi di bambina, qua la presenza materna satura lo spazio e il tempo. Un tempo declinato solo al presente, e non un presente qualunque. Il dramma individuale della regista, si inscrive sullo sfondo della tragedia collettiva della pandemia e della sua pagina più triste e, per certi versi, infamante, quella dei tanti anziani lasciati morire da soli nella RSA, negando ai familiari la verità e, come nel caso della Piccinini, persino l’ultimo contatto. Per questo, giustamente, il film è dedicato “a tutte le persone che non sono riuscite a salutarsi”.

 

Regia: Marcella Piccinini
Durata: 69′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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