Il caos e il controllo. Mindhunter, seconda stagione

Non siamo qui per sostenere una teoria. Dovremmo ricavare una teoria confermando o eliminando dei sospetti. Le prove creano il profilo, non il contrario” dice Bill Tench al collega Holden Ford. Gran parte della seconda stagione di Mindhunter è giocata sulla dialettica tra teoria e pratica. Tra l’efficienza scientifica del Sistema e la sua messa in discussione. “Non collima con il profilo” continua a ripetere Holden, il personaggio più visionario e intuitivo della seria ideata da Joe Penhall e tratta dal libro di John Douglas e Mark Olshaker. Se nella prima stagione si trattava di entrare nella mente dei serial killer, intraprendendo un processo che avrebbe progressivamente portato alla consunzione emotiva del protagonista – il rispecchiamento finale tra Holden e Edmund Kemper – nelle nuove puntate si preferisce tenere a freno l’immersione psicologica nel Male. Si tratta soprattutto di mettere alla prova la validità del Sistema.

In modo estremamente radicale Mindhunter 2 si consegna quasi integralmente al metodo scientifico, alla raccolta dei dati, all’analisi, ai riscontri, alle interviste (stavolta ci imbattiamo in Charles Manson, David Berkowitz “son of Sam” e Paul Bateson, il killer dei leather bar che ispirò il Cruising di William Friedkin). I momenti di suspense e violenza, già ridotti al minimo nella prima stagione, in queste nove puntate sono pressocchè inesistenti a vantaggio di una narrazione che privilegia i ritmi e le scelte di regia dell’indagine giornalistica. È qui che si nota molto la mano produttiva e registica – nei primi tre episodi, gli altri infatti sono diretti da Andrew Dominik e Carl Franklin – di David Fincher, l’indiscutibile autore del progetto, che in entrambe le stagioni di questa serie sembra ossessionato dallo sviluppare atmosfere e temi lanciati in Zodiac, il suo film non a caso più affascinante e “rivoluzionario”. Nonostante si parli di omicidi e FBI siamo insomma più dalle parti di Tutti gli uomini del presidente che in quelle del poliziesco Anni ’70.

Del resto Mindhunter è una serie quasi interamente ambientata in uffici, prigioni, ambienti domestici o asettiche scene di delitti. È un set chiuso, dove gli esterni sono prevalentemente “di raccordo” a lunghe scene in interni abitate da un’illuminazione artificiale raffinatissima, composta da precise dominanti cromatiche in linea con il design dell’epoca – il verde, il marrone, il beige – che sembra diventare tutt’uno con la tappezzeria. Non è un caso a tal proposito che proprio un elemento scenografico come la moquette diventi un indizio rilevante nella parziale soluzione del caso dei bambini di colore assassinati ad Atlanta tra il 1979 e il 1981, principale linea narrativa, con elementi razziali inediti, della nuova stagione.

L’attenzione filologicamente minuziosa agli arredi, ai vestiti e alla musica è “invisibile” e funzionale all’impronta documentale del progetto, che è lontana anni luce dall’ipertrofia vintage di un Tarantino ad esempio. Una ricostruzione storica perfetta e trasparente capace di mimetizzarsi con le tante informazioni, piste, confessioni e intercettazioni che si affastellano e che – come dichiarano apertamente i titoli di testa – compongono il vero nucleo della serie. In fin dei conti Mindhunter mette in scena appunto il processo, anziché il risultato. Non racconta la verità dei fatti, quanto piuttosto il procedimento necessario per ottenerla, o addirittura l’impossibilità di arrivare a una verità assoluta. Un percorso oltretutto contraddistinto da errori, false piste, esperimenti falliti, al punto che non è azzardato interpretare Mindhunter come una complessa ma lucidissima parabola sulla frustrazione (dei protagonisti, dei serial killer costretti a ripetere ossessivamente il loro modus operandi per mantenere il controllo, degli spettatori stessi immersi nel dubbio delle infinite possibilità).

Come già accadeva in Zodiac l’eccesso di informazioni non garantisce automaticamente la risoluzione del caso. La perfezione della teoria, il controllo della materia, il calcolo delle ipotesi, vanno continuamente a infrangersi nel caos della realtà esistente fatta – come la sezione di Atlanta esplicita in modo emblematico – di impedimenti burocratici, strategie politiche, pressioni mediatiche, prove schiaccianti che faticano ad emergere. Ci sono due mondi che non collimano mai in Mindhunter: quello della teoria e quello della pratica, quello dello studio e quello della realtà fattuale, che in quest’ultimo caso non appartiene soltanto alle indagini ma anche alla vita privata dei protagonisti, come quelle di Bill e della dott.ssa Wendy Carr che in questa seconda stagione vanno letteralmente in frantumi.

Da questo punto di vista, nonostante possa apparentemente sembrare una presenza accessoria, l’atteso incontro con Charles Manson che si consuma nella quinta puntata è assolutamente rivelatorio dell’intera operazione. Manson sfugge al controllo. È il caos che mette a soqquadro l’ordine sociale. È l’irrazionalità che sfida le regole della comunità. Ma attenzione: Manson è anche l’antagonista perfetto per Bill e Holden in quanto perfettamente speculare a loro. Come per i due agenti dell’FBI, anche per Manson si tratta di mettere in pratica un pensiero teorico/filosofico attraverso le stragi compiute dai suoi adepti. Anche Manson deve far funzionare (diabolicamente) un metodo. È un percorso inverso che segue gli stessi parametri. L’FBI vuole controllare il caos. Charles Manson vuole frantumare il controllo.


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