Il Faraone, il Selvaggio e la Principessa, di Michel Ocelot

Utilizza molteplici varietà di tecniche d’animazione, ispirandosi al mondo delle fiabe. È un caleidoscopio di colori, semplice, stilizzato, in 2D ma densissimo di significati. Alice nella Città.

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Michel Ocelot, tra i più noti autori d’animazione francese, ritorna al cinema dopo quattro anni e dopo aver partecipato nel 2018 al Festival di Cannes Fuori Concorso con l’ultimo lavoro, Dilili a Parigi. Attivo dagli anni Settanta con serie TV e cortometraggi, ha raggiunto il successo internazionale sicuramente nel 1998 con il suo esordio al lungometraggio, Kirikù e la strega Karabà. Anche stavolta si tratta del suo stile inconfondibile, molto semplice, stilizzato, in 2D ma densissimo di significati, attraversando tre storie, tre mondi, tre epoche diverse.

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Un’epopea ambientata nell’antico Egitto, una leggenda medievale dell’Alvernia, una fantasia orientale del VXIII Secolo, con costumi ottomani e palazzi turchi, per lasciarsi trasportare da sogni contrastanti, popolati da splendide divinità, orribili tiranni, allegri giustizieri, principi e principesse che fanno ciò che passa loro per la testa Al tempo dell’Antico Egitto, un giovane re diventa il primo faraone nero a meritarsi la mano della sua amata. Durante il Medioevo, in Francia, un ragazzo selvaggio ruba ai ricchi per donare ai poveri. Nella Turchia del 18° secolo, un principe e una principessa scappano dal palazzo per vivere liberamente la loro storia d’amore.

Sarà che il regista ha trascorso l’infanzia in Guinea, l’adolescenza ad Anjou, sembra alquanto evidente il legame che mostra per certe terre lontane. L’opera, come in passato, utilizza molteplici varietà di tecniche d’animazione, ispirandosi al mondo delle fiabe. È un caleidoscopio di colori il mondo di Ocelot, ancora di più in questo lavoro costituito da tre storie diverse, apparentemente indipendenti e scollate, ma fortemente unite dal messaggio della tolleranza e dell’umanità planetaria. È come se ci immergesse nella messinscena di un’opera lirica, con un’alternanza di colori, suoni, passaggi di stili senza soluzione di continuità: dal naif alla pittura giapponese, dall’appassionata ricerca della lentezza alla poetica e altalenante danza di luci e ombre.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
2.5 (2 voti)
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