Il pianista, di Roman Polanski

Cronaca di una sparizione. Cronaca di una messa in abisso di un abominio indicibile. Strategie di mimetismo e sopravvivenza. Filmare come se si guardasse la storia lateralmente. Ecco: Polanski, con un film che sembra superficialmente essere l’ennesimo tassello della filmografia riguardante la Shoah, offre una durissima, e affascinante, lezione di rigore cinematografico.

Inquietantemente classico nel suo modernismo, Polanski filma il cuore stesso dell’abominio nazista riuscendo a deterritorializzarlo. Raramente negli ultimi anni un film ha coinciso così drammaticamente con il corpo di cui è il racconto. E così, mentre ad Auschwitz si muore, Polanski si aggrappa a un unico corpo e gli impedisce di morire, tenendolo legato alla vita. Ma come si resta in vita? Scomparendo. Mimetizzandosi. Diventando una traccia minerale. Una presenza fantasma ostinata. Un compagno segreto, nel senso conradiano ovviamente. E così Polanski permette alla memoria stessa della Shoah di restare come persistenza di un corpo che, mentre balugina come tra la vita e la morte, riesce ad abitare l’idea della sparizione e a farla diventare costitutiva della sua sopravvivenza. Del suo essere ancora.

Sconvolge nel film l’allucinata visionarietà attraverso la quale è detta la follia nazista. Intorno al corpo del protagonista si fa il vuoto. I perimetri si restringono e la storia viene ridotta al teatro di guerra di un’unica strada. Il mondo subisce un’implosione e al pianista non resta altro che attaccarsi al proprio respiro essendo la sua stessa vita lo scandalo che denuncia l’orrore subito dai suoi simili. E il respiro dell’uomo si fa progressivamente più difficile. Polanski gioca sino in fondo la carta della sparizione. E non è casuale se il mondo ricompare un attimo prima che il pianista soccomba. Ecco: essere giunti sino alle soglie della morte e poi tornare. Sopravvivere è la colpa, laddove la morte, scandalo che Spielberg non ha compreso, è solo partecipare del venire meno degli altri. Per questo motivo restare è così inaccettabile. Perché dopo resta l’obbligo, il dovere, il compito di raccontare cosa è accaduto. Rivivere è la condanna. La memoria è la condanna. Essere ancora nella morte. Così mentre i morti vivono nelle parole e nei gesti di chi resta, i vivi non possono far altro che scomparire ancora una volta nelle braccia di coloro che sono morti, di coloro che non stati in grado di aiutare. E se Il pianista, Palma d’oro a Cannes, si conclude con un’esecuzione che sembra sciogliere la commozione nella musica (Schopenhauer,ovviamente) sappiamo bene che dietro l’ideale applauso liberatorio si cela ancora l’orrore.

Titolo originale: The Pianist
Regia: Roman Polanski
Interpreti: Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Michal Zebrowski, Frank Finlay, Maureen Lipman, Emilia Fox, Ed Stoppard, Julia Rayner, Ruth Platt, Jessica Kate Meyer
Distribuzione: 01 Distribuzione
Durata: 148′
Origine: Francia/Gran Bretagna/Germania/Polonia/Olanda, 2002

 

--------------------------------------------------------------------
LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

-----------------------------------------------------

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

---------------------------------------------------------------------
APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

---------------------------------------------------------------------

Sending
Il voto dei lettori
5 (1 voto)

Un commento