Il tesoro di Arne, di Mauritz Stiller

Rievoca il cinquecento svedese, intrecciando Storia e dramma in un’opera estremamente suggestiva e figlia di una messa in scena attenta al rapporto tra identità culturale e tradizione.

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Si apre con l’inquadratura del gelido e innevato paesaggio finnico uno dei più importanti lungometraggi muti svedesi della prima metà del Novecento. Realizzato nel 1919 (sono passati circa 103 anni, fa impressione pensarlo), Il tesoro di Arne è una delle pellicole che ha decretato il successo di Mauritz Stiller e, più in generale, della piccola casa di produzione Svenska Biograftear.

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In un periodo di grande difficoltà per l’industria cinematografica europea, solo la discreta produzione di film svedesi riesce a non entrare in crisi (come quella francese o italiana). Il successo di questa piccola realtà è reso possibile attraverso una messa in scena che rispecchia l’intenso legame tra tradizione e identità culturale svedese. L’opera di Stiller, in questo senso, è il manifesto programmatico di questo sodalizio. Il film trae le sue radici dall’omonimo romanzo di Selma Lagerlöf che ricama un intreccio tra Storia e leggenda, giocando con mito, amore e morale cristiana.

In una Svezia cinquecentesca governata da Giovanni III, tre mercenari Scozzesi (Sir Filip, Sir Donald e Sir Archi), appena evasi di prigione e desiderosi di ritornare nel proprio paese d’origine, legano le loro vite per l’eternità con la ricca famiglia degli Arne. L’oggetto del desiderio dei tre fuggiaschi è un tesoro, riempito fino all’orlo di monete e ricchezze. La resistenza è pressoché inesistente: il risultato è una carneficina della famiglia. L’unica a salvarsi è la nipote Eisalill che, nascondendosi dietro a un muro, assiste inerme all’uccisione della sorella adottiva. La sua, però, è destinata ad essere una salvezza momentanea. La vita la pone nuovamente di fronte ai carnefici della sua famiglia che, nel frattempo, non sono riusciti ad abbandonare i fiordi a causa del congelamento dei mari.

La natura, in questo senso, si traveste da giudice implacabile della volontà di Dio. Laddove la giustizia umana non riesce a scovare e imprigionare i colpevoli, entrano in gioco le gelide tormente che “bloccano i cancelli del mare”, impedendo la fuga dei tre criminali. Nel frattempo, Eisalill, non riconoscendo i tre mercenari, finisce per innamorarsi di Sir Archi. Il loro amore sembra poter bastare a liberarsi dal tormento interiore che entrambi tentano di celare. Stiller con grande raffinatezza, attraverso quelle tecniche di sovraimpressione e gli Iris che diventeranno la cifra stilistica fondamentale del cinema d’oltralpe pochi anni dopo, raffigura gli incubi di Eisaill e i sensi di colpa di Sir. Archi. La figura della sorella si mostra ai due amanti sotto le vesti di fantasma, mostrandoci la fragile psicologia dei personaggi e negando quello che è, a tutti gli effetti, un amore destinato a concludersi in tragedia.

Ma, proprio nella tragedia, si sviluppa la catarsi collettiva. Il sacrificio del singolo diventa occasione di redenzione mentre la natura viene ripresa in tutta la sua superiorità nei confronti dell’uomo e dei suoi insignificanti desideri terreni. Stiller realizza un film decisamente suggestivo, dove la tragicità del racconto riesce perfettamente a sposarsi con il forte impatto visivo delle immagini, attraverso un prologo e un epilogo di grande potenza cinematografica.

 

Titolo originale: Herr Arnes pengar
Regia: Mauritz Stiller
Interpreti: Richard Lund, Mary Johnson, Hjalmar Selander, Concordia Selander, Wanda Rothgardt
Distribuzione: Netflix
Durata: 108′
Origine: Svezia, 1919

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
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