Improvvisamente l’estate scorsa, di Joseph L. Mankiewicz

Dramma complesso e brutale di Tennessee Williams che Mankiewicz e Gore Vidal adattano per il cinema. Immensa Katharine Hepburn, perfettamente a fuoco Elizabeth Taylor. Stanotte, ore 03:10, Rai Movie

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Mankiewicz appartiene a quella schiera di registi che hanno levigato l’immagine cinematografica fino a darle una forma immediatamente riconoscibile e un potenziale non comune, che cresce e cambia d’intensità a ogni visione. Merito anche delle sue anime di produttore e sceneggiatore, che vanno considerate insieme come compimento di un percorso unitario che ne ha affinato la sensibilità e il gusto personale. In Improvvisamente l’estate scorsa Mankiewicz si confronta con un adattamento non semplice, che affida quasi interamente a Gore Vidal: l’opera teatrale di Tennessee Williams, un dramma complesso in cui si rincorrono motivi di carattere morale e sociale che il cinema, in questo caso rappresentato dal produttore Sam Spiegel, intercetta e fa propri nonostante l’ascia impietosa della censura.

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Catherine (Elizabeth Taylor) è ricoverata in un istituto per malattie mentali dopo aver assistito alla morte del cugino Sebastian, che l’ha scioccata profondamente. La dispotica zia Violet (Katharine Hepburn) vorrebbe porre fine alla presunta pazzia della ragazza e contatta il dottor Cukrowicz (Montgomery Clift), esperto di interventi di lobotomia. Il chirurgo sospetta che ci sia qualcosa di non detto in quella storia e indaga sulle circostanze misteriose all’origine del trauma.

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L’origine teatrale del testo porta con sé alcuni elementi di saturazione: situazioni pressoché statiche, uno scambio d’informazioni che è tutto dialogico, ambienti circoscritti (il giardino, la casa, la clinica). Mankiewicz valorizza ulteriormente ciò che altri avrebbero magari tentato di appianare, predisponendo questi aspetti a favore di narrazione: si affida

al talento delle attrici che spingono al limite la recitazione – immensa la Hepburn, perfettamente a fuoco la Taylor – e si avvale del contributo di Oliver Messel, tra i maggiori designer di scena del periodo, che riempie gli spazi di un’atmosfera barocca e per certi versi surreale. Al tempo stesso il regista opera di sottrazione, suggerendo orribili visioni che prendono forma nella mente dello spettatore attraverso la forza evocativa della parola. La prima volta che questo accade è quando Cukrowicz incontra Violet in una giungla primordiale tanto fascinosa quanto letale (la pianta carnivora che si nutre di mosche) voluta da Sebastian, figura che non compare mai in scena – Mankiewicz aveva usato lo stesso espediente in Lettera a tre mogli. La madre rievoca al dottore un episodio dell’estate precedente in cui lei e il figlio hanno assistito alla schiusa delle uova di piccoli di tartaruga e al loro massacro da parte di uccelli predatori. L’immagine di una natura maligna e divoratrice (aggettivo che ricorre spesso nel film), che si ciba dei più deboli per una legge divina inspiegabile all’uomo, non solo farà eco al finale ma diventa metafora abrasiva dell’esistenza stessa che vede le persone usare gli altri per i propri scopi, e disfarsene quando non sono più utili. In tal senso il sacrificio di Catherine diventa necessario agli occhi di Violet per preservare la memoria del figlio come poeta, la cui arte deve essere riconosciuta e celebrata. Tennessee carica il testo di una visione brutale che lascia stretti margini di riscatto. Mankiewicz e Vidal vogliono preservare almeno in parte la natura del cinema come macchina dei sogni inserendo un sottotesto romantico tra Catherine e Cukrowicz; e si concedono anche di fuggire una dialettica che sarebbe risultata estremamente serrata con il flashback che accompagna il monologo-verità di Catherine: una sequenza che rivela nella sua messa in scena cruda e abbacinante le suggestioni oniriche del cinema stesso. Le allusioni prendono corpo e quello che a parole poteva essere scambiato per allucinazione diviene con le immagini reale, come se esse possedessero un valore esclusivo di verità (non viene messo in dubbio che gli eventi raccontati da Catherine siano andati proprio così).

E qui si accenna a un altro tema frequente nei due autori: le conseguenze di una vita costruita sulla rappresentazione e la menzogna (centrale in Eva contro Eva di Mankiewicz e ne La gatta sul tetto che scotta di Tennessee, anche questa adattata per il cinema e con protagonista la Taylor). Messa davanti ai fatti, a Violet non resta che rifuggiarsi nella pazzia, seduta sul trono della sua gabbia dorata, lo stesso che aveva accolto Nicholas Van Ryn (Vincent Price) poco prima della sua disfatta in una delle prime pellicole del regista, Il castello di Dragonwyck.

Titolo originale: Suddenly, Last Summer
Regia: Joseph L. Mankiewicz
Interpreti: Katharine Hepburn, Elizabeth Taylor, Montgomery Clift
Durata: 114′
Origine: USA, 1959
Genere: drammatico, noir

Venerdì 21, Rai Movie, ore 03:10

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