IN GRAZIA DI DIO – Incontro con Edoardo Winspeare

Molto apprezzato anche in Italia (dopo il successo alla scorsa Berlinale) il ritorno alla regia di Edoardo Winspeare con In Grazia di Dio, film che racconta il difficile ritorno alle origini e alla spiritualità della terra, di persone schiacciate dalla dura crisi economica. Il film uscirà il 27 marzo in 30 copie.

Il tuo cast di attori non professionisti è efficacissimo, ci dici qualche cosa al riguardo?

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I miei attori li pesco dalla vita, sono persone che conosco, per questo film non c'è stato praticamente nessun tipo di casting, sapevo già chi doveva interpretare i vari personaggi. Ovviamente mia moglie Celeste, la protagonista, è la vera ispiratrice del film, io in lei vedo secoli di tradizione salentina: la forza e le diffidenze delle donne del Sud, un archetipo radicatissimo, come le radici dell'ulivo salentino a 800 metri sotto terra.

La preparazione è stata lunga?

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Molto più lunga rispetto a Galantuomini. Questo è un film nato pian piano, parlando moltissimo con le persone che interpretavano i ruoli, soprattutto con mia moglie. Certamente poi le riprese di Galantuomini avevano la difficoltà di far coesistere attori professionisti e non, e non è sempre facile questo mix. Io ho insegnato per anni regia e quando mi chiedono "che approccio usi con gli attori" dico spesso "parlare con loro, leggere la sceneggiatura e farli dire le battute. Punto." Nel senso che con attori non professionisti, spesso persone intelligentissime, non puoi parlare troppo di tecnica, perchè ne raffreddi l'impeto. Il tempo mi ha insegnato che il mio ruolo è fare il meno possibile e lasciare andare. Questo è un film che dura poco più di due ore e in 5 settimane di riprese avevo moltissimo altro materiale che ho dovuto a malincuore tagliare. E' stato tutto molto naturale.

I riferimenti a Olmi o al Monicelli di Speriamo che sia femmina sono voluti?

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Chiaro che ci sono riferimenti al cinema italiano, a La Terra Trema di Visconti e tutto il neorealismo. Certamente Olmi e in molti mi hanno parlato di Speriamo che sia femmina, ma sinceramente sono stati tutti riferimenti non pensati, inconsci, che scopro dopo.

 

Quanto conta il "passato" e la tradizione nel tuo cinema?

Questo è un tema importante, qualcuno mi accusa di avere una concezione passatista del futuro, di auspicare il ritorno alla terra come soluzione. Non è esattamente così: nel senso che passato e contemporaneità si mescolano, e per me il valore della terra rimane importante a prescindere. Credo che molta bellezza odierna derivi da un impegno forte delle scorse generazioni, riconoscerlo non è avere uno sguardo rivolto al passato. Certo mi è più facile perchè vivo nel basso Salento dove veramente certe tradizioni arcaiche convivono con la modernità, la stessa concezione della religione è basata sul senso di comunità. A me interessa il ritrovarsi, il riconoscere tradizioni comuni, con uno sguardo al futuro ovviamente.

Presentare il film a Berlino è stata una scelta? Potevate tentare anche Cannes…

Era essenzialmente una questione cronologica. Abbiamo provato prima con Berlino, ci hanno presi, ed è andata benissimo così. Il film sta avendo un mercato molto importante in Nord Europa, sono contento.