Kendrick Lamar: sit down, be humble

In attesa del prossimo album in uscita il 14 aprile, Kendrick Lamar, da molti definito il nuovo “profeta” del rap, stupisce con il singolo d’apertura: Humble, riff di piano, bassi 808 e uno stile molto vicino alla trap, sottogenere dell’hip hop nato negl’anni novanta. Il brano in questione non potrebbe essere più distante dall’album precedente, To Pimp a Butterfly, bellissimo concentrato di armonie jazz, quasi Kendrick avesse voluto riappropriarsi di una mitologia black (Miles Davis, Herbie Hancock) e collegabile allo straordinario lavoro di rimessa in gioco elettronica di grandi come Flying Lotus e il fedele compagno Thundercat. In ogni caso Humble si differenzia soprattutto per tematiche: il rapper sforna un brano quasi da gradasso (con riferimenti a “colleghi”, vedi Drake) e richiamando un’atmosfera più propriamente aggregativa rispetto alla “buona musica” ascoltabile e performabile alla Casa Bianca. Lamar è stato infatti il super favorito dell’ex presidente Obama.

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Dire che To Pimp a Butterfly è stato il punto di rottura non è affatto un’eresia: il singolo Alright, testo di Pharrell Williams, è stato urlato a squarciagola dai Black Lives Matter per le strade di Cleveland: un inno di solidarietà e giustizia per una blackness fin troppo calpestata. Originario di Chicago, ma cresciuto a Compton (LA), Lamar ha vissuto l’età buia della città degl’angeli: l’omicidio di Rodney King, gli scontri tra Crips e Bloods (gang rivali) e sentimenti di razzismo per nulla celati, anzi. Alla stregua di Beyoncé Knowles (i due duettano in un brano di Lemonade), il rapper ha saputo conquistarsi il “suo” popolo attraverso iniezioni di genuinità, ira e desiderio di rivalsa. Come Queen B, Lamar non ha mai dimenticato la forza generatrice: una madre rievocata attraverso il suo pezzo preferito durante un concerto a Chicago, in occasione del lancio di Section.80 (primo album).

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Il musicista, classe ’87, non ha paura di osare. Torna ancora il parallelismo con la Venere Nera e il suo rapporto con Dio. Negl’ultimi due singoli – Humble e The Heart Part Four – Lamar si veste degl’abiti poveri dei profeti, o meglio, della portata della divinità black aggregatrice e “istigatrice di popoli”. In particolare, in Part Four, Lamar attacca il neopresidente Donald Trump parlando delle caratteristiche del potere temporale. Quest’ultimo dovrebbe sempre tenere conto di Dio e della sua parola. Forse la rinnovata eco per una religiosità old style, o meglio una voce che richiami quelli che dovrebbero essere i paradigmi della buona condotta umana, in un senso quasi kantiano, potrebbe centrare il bersaglio e corrispondere ad un sentiero alternativo rispetto alla nuova forma protezionista/segregazionista trumpiana.

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