La fine del futuro: "Minority Report", di Steven Spielberg

E’ un film “terminale” Minority Report. Un luogo da dove non puoi più andare da nessun’altra parte, immerso e sprofondato nei grigioblu dominanti, nelle vivide immagini disegnate da Janusz Kaminski. Oscuro, pieno di ombre, freddo, l’ultimo lavoro di Spielberg ci restituisce un autore che sembra stia ricacciandosi in un mondo senza molte speranze. Ma non tanto perché, come afferma egli stesso, le tecnologie rischiano di avere il sopravvento sull’uomo, controllandolo in continuazione e riducendone ogni possibile privacy (ma questa è comunque una chiave importante e necessaria), quanto perché conseguenza di tutto ciò è l’assoluta desensibilizzazione dei corpi, che sembrano divenuti incapaci di “vivere il presente”, immersi solo in un tunnel di angosce e rancori provenienti dal passato, oppure, come in Minority Report, nel tentativo “quasi divino” di voler  “fermare il futuro”.

Certo è impossibile negare che il centro narrativo del film di Spielberg sia proprio in questa terribile e straordinaria “prevenzione” del crimine operata attraverso un complesso sistema tecnologico basato sulle previsioni assolutamente perfette dei tre veggenti, chiamati dal regista con il nome di tre grandi autori del mistero (Agatha Cristhie, Arthur Conan Doyle e Dashiell Hammett, anche se certo non sono stati i grandi precursori del “futuro” e forse Jules, Isaac e Philip sarebbero stati più adatti ma avrebbero tolto quell’alone noir che il film si sforza, quasi in ogni inquadratura, di palesare).

Eppure questa tematica della privacy, del “crimine preventivo”, è troppo esplicita nella sua problematica morale per essere poi…vera. E’ come se Spielberg avesse dotato il suo film di un dispositivo ampiamente riconoscibile, se volessimo essere cattivi potremmo definirlo anche “marketing oriented”, per raccontare invece le sue paure più segrete, le sue viscerali angosce, ai margini della storia, nelle pieghe delle inquadrature, negli angoli dei dialoghi, in uno sguardo obliquo, dietro un’ombra del suo magnifico affresco noir. Perché mai come in Minority Report Spielberg sembra aver raggelato lo sguardo, privandolo di ogni vera passione, sentimento, emozione allo stato puro, tutti elementi che costituiscono la linfa vitale del suo cinema. E siccome non crediamo che Steven faccia parte della “nuova onda” di cineasti (bravi, s’intende) americani, tutti impegnati a riprendere il cinema classico e rovesciarlo come un calzino, ma non con le mani ma con uno scanner…, per tentare di riprodurne l’anima ma non lo sguardo, ebbene Spielberg appartiene a un’altra idea e generazione di cinema. Quella che i classici li ha metabolizzati e rimasticati e rigenerati, fino a rinnovarli a tal punto da divenire essi stessi autori di “classici”. E che nel cinema ha sempre trovato modo di raccontare degli squarci  nascosti dell’anima, quei brividi interiori che costituiscono il piacere e il senso davvero unico che il cinema – così raramente – riesce a darci. 

E allora ecco che dietro questa impalcatura “sociologica”, rubata alle ossessioni di Philip K. Dick, Spielberg ci racconta altre storie…  E il suo cinema può ritornare finalmente ad essere quella macchina dei sogni imperfetti, quel luna park dell’immaginario, che le oscurità dei suoi ultimi film stentano a mostrare. La cupezza e il pessimismo di Jurassic Park III è quella che più si avvicina a Minority Report, che sembra raccontarci di un mondo dove (e chi di noi non ha mai fatto un’esperienza simile?) ci si può fidare solo degli sconosciuti, o addirittura di quelli che “a prima vista” ci appaiono come nostri nemici. Gli unici che in effetti aiutano il protagonista John Anderton sono l’agente dell’FBI che vorrebbe prendergli il posto, la moglie che lo ha abbandonato dopo la perdita del figlio, e persino il chirurgo che lui aveva sbattuto in galera anni prima…

E invece, dove sta il male? Dove si nasconde la tirannia letale anche se finalizzata al bene? E’ ancora un film sul conflitto eterno padri/figli quello di Spielberg, e di come non sia comunque accettabile seguire  i nostri padri, anche se la loro strada ci appare giusta e ragionevole. Questo volersi “sostituire a Dio”, con un occhio che guarda il mondo (non solo la camera scanner che analizza i nostri iridi riconoscendoci), sembra la più grande bestemmia che l’uomo e la tecnologia possano immaginare e realizzare. E un cineasta spirituale come Spielberg on può non essere terrorizzato dall’assolutismo che si nasconde dietro un possibile passaggio della fede nello spirito a quello nella materialità delle macchine. Anche se poi queste macchine vivono e funzionano basandosi sui corpi umani/disumanizzati di tre persone rese mutanti da esperimenti scientifici, ed è curioso come, per immaginare/prevedere il futuro, si abbia la necessità di avere dei corpi quasi in coma profondo, in un sonno dei sensi che ne risveglia altri nascosti e “paranormali”.

Ma il mondo in Minority Report appare davvero un’unica grande menzogna. Ma non perché i Pre-Cogs non funzionino o cadano in errore, ma perché il reale viene mutato dal loro operare in maniera profondamente innaturale. Certo non si commettono crimini, o almeno questi vengono fermati prima del loro realizzarsi, ma questo “controllo” sul reale, sull’istinto e aggressività dell’uomo, che tipo di umanità nuova crea? L’impressione è che il dubbio, più ancora che sulla violazione della privacy sia proprio nel dilemma morale di impedire la naturale “stoltezza” e casualità dei gesti dell’uomo. Che può si portare all’omicidio ma anche a grandi passioni e creatività. E allora capiamo meglio l’incubo noir che Spielberg ci racconta, un 1984 monocromatico dove i sentimenti hanno perso la loro ragion d’essere, ormai coperti in un mondo ovattato e pieno solo di ombre minacciose. E’ un mondo, quello di oggi, che sembra ormai incapace – come i protagonisti del film – di vivere il presente, chiuso nella morsa di un passato che incombe come un macigno che impedisce di vivere (la perdita del figlio di Anderton) e di un futuro così necessariamente da “evitare”.

E alla fine il grido di Agatha risuona come un campanello d’allarme, anche sul cinema a venire. Basta con il futuro (“No future!”). Vogliamo il presente. L’uomo del presente. Per la fantascienza ci bastano gli “incontri ravvicinati” del futuro tra le “Artificial Intelligence” e gli “E.T.”.  E Spielberg? Che ritorni a fare “l’acchiappatore nella segale”, cercando di impedire al mondo, vivaddio, di divenire adulto (e chi non ha letto Catcher in the Rye di Salinger non potrà capire…).

 

Titolo originale: Minority Report


Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Scott Frank, Jon Cohen dal racconto di Philip K. Dick
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn
Musica: John Williams
Scenografia: Alex McDowell
Costumi: Deborah Lynn Scott
Interpreti: Tom Cruise (John Anderton), Colin Farrell (Danny Witwer), Samantha Morton (Agatha), Max von Sydow (Lamar Burgess), Lois Smith  (dr. Iris Hineman),  Peter Stormare (dr. Solomon), Tim Blake Nelson (Gideon), Steve Harris (Jad), Kathryn Morris (Lara Anderton), Mike Binder (Leo Crow)
Produzione: Jan de Bont, Bonnie Curtis, Gerald R. Molen, Walter F. Parkes per Twentieth Century Fox/Amblin Entertainment/Blue Tulip/Cruise-Wagner Productions/DreamWorks
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 145′
Origine: Usa, 2002