La guerra all’epoca della “globalizzazione” – “Black Hawk Down” di Ridley Scott

Il cinema di Ridley Scott si conferma esercizio fisico e materico, esperienza dell’attimo dove la rigida verticalità dello scorrere del tempo si stempera nell’orizzontalità e nella dolorosa plasticità di uno spazio che non smette mai di ridefinirsi

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Somalia, ottobre 1993. Corpi scelti e truppe d’assalto dell’esercito americano irrompono a bordo degli elicotteri “Black Hawk” fra rovine e palazzi di una Mogadiscio dilaniata dalla guerra civile con un solo obiettivo: arrestare due luogotenenti del “signore della guerra”, Mohammed Farrah Aidid, e fare rientro alla base. E’ l’operazione “Restore Hope”, un intervento chirurgico in terra straniera che dovrebbe concludersi al più presto. Ma non tutto va per il verso giusto e basta poco a far scattare la trappola dei miliziani somali, a trasformare le vie della città nel surreale teatro di una “Blitzkrieg” dei nostri giorni, una guerra di guerriglia dove il nemico è un’ombra in controluce.
Poi è solo il rumore delle pallottole a tracciare le geometrie aeree dello scenario di “Black Hawk Down”, a lacerare i corpi e la carne dei protagonisti di quest’incursione visiva fra gli orrori del disastroso intervento militare yankee in terra somala, che il regista Ridley Scott ha tratto dal drammatico resoconto di quelle ore raccolto dal giornalista Mark Bowden.
Pochi minuti, solo una manciata di interminabili minuti, e lo schermo precipita in un caos – sonoro, visivo, mediatico –, in un caleidoscopio di visioni frammentate, di parole urlate al fragore delle raffiche dei mitra e delle continue esplosioni, in un vortice di inquadrature che avvolge un set perimetrato lungo le insondabili geografie di territori urbani e dilatato in attimi di un presente che sembra non avere fine.
Il cinema di Ridley Scott si conferma esercizio fisico e materico, esperienza dell’attimo dove la rigida verticalità dello scorrere del tempo si stempera nell’orizzontalità e nella dolorosa plasticità di uno spazio che non smette mai di ridefinirsi, di aprirsi ed esplorare nuovi paesaggi del corpo e della mente. Il set di “Black Hawk Down” è un’altra arena polverosa, il folle scenario dove sfilano moderni “gladiatori”, vittime ignare di un destino che sfugge ad ogni controllo, ad ogni possibile giustificazione razionale. Un luogo maledetto che ignora codici o regole d’onore e trasforma il nemico in un’entità senza volto, in una moltitudine – di uomini, donne, bambini, anziani – che corre e lotta e fugge in spazi che subiscono la continua metamorfosi di una battaglia incessante. Massa di “duellanti” che non ha più identità, che ha perso la capacità di specchiarsi e riconoscersi stabilmente nella durata, in un tempo interiore che la macchina da presa riduce in brandelli dell’occhio, in giochi di nero e luce, in attimi che durano lo spazio del sibilo assordante di un proiettile.
E se la disperata ricerca di quest’identità perduta, la possibilità di ricostruire una memoria storica e abitare un “tempo negato del sé” è il motore emozionale che muove tutti i personaggi del proteiforme universo disegnato da Ridley Scott – da “Thelma & Louise” ai replicanti di “Blade Runner”, da Clarice Sterling al generale Maximus -, in “Black Hawk Down” il conflitto sé/altro-da-sé non conosce più alcuna mediazione dialettica, esplode definitivamente in una messa in scena che toglie al nemico nomi e parole, privandolo di ogni consistenza umana. L’altro è una visione negata, un fantasma dalla pelle scura che bisogna abbattere per riuscire a sopravvivere.
Pura sottrazione di sguardo che non riguarda solo una popolazione somala smembrata e ridotta a “corpo senza organi”, ma investe anche le “umanissime” e tecnologiche truppe americane, incapaci di mettere a fuoco l’avversario, accecate e divise da chiaroscuri e vuoti visivi che potrebbero nascondere un altro “Alien” somalo in agguato. Ecco perché fra queste inquadrature non vi sono protagonisti assoluti, non abitano eroi o perdenti in cui immedesimarsi: qui, ancora e sempre, tutto è moltitudine che scorre e non conosce passato né futuro, ma solo questo presente dove l’identità e lo sguardo sono naufragati in un pomeriggio di ordinaria entropia.
Con la progressiva eliminazione di ogni punto di vista, il montaggio frenetico e quasi “a distanza” di Pietro Scalìa e una sceneggiatura interamente risucchiata dal caos dell’azione, “Black Hawk Down” manda in pezzi i collaudati meccanismi narrativi dei “war-movie” hollywoodiani, compresi i kolossal più recenti e i due film di Kubrick (“Orizzonti di gloria” e “Full Metal Jacket”) a cui lo stesso Scott dichiara di ispirarsi, spingendo la macchina da presa fra gli spazi urbani e desertici delle “modern wars” contro i poveri del nuovo millennio, contaminando lo schermo con suggestioni e visioni che sembrano fuoriuscire dal monitor di un macabro e crudele videogioco, uno “spara-e-fuggi” di carne e sangue dove i corpi sono figure, senza tempo né identità, pronte ad eliminarsi reciprocamente. Non si tratta, come in molti vorrebbero far credere, di una semplicistica “estetica da Playstation”, di banale retorica filomilitarista: è soltanto la guerra all’epoca della “globalizzazione” che il cinema conosce per la prima volta con queste immagini di cinico e straordinario realismo catturate dall’occhio futuristico di Ridley Scott.

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Titolo originale: Black Hawk Down
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Mark Bowden, Ken Nolan, Steven Zaillian
Fotografia: Slavomir Idziak
Montaggio: Pietro Scalia
Musica: James Michael Dooley, Jeff Rona, Mel Wesson, Hans Zimmer
Scenografia: Arthur Max
Costumi: Sammy Howarth, David Murphy, Howarth-Sheldon Sammy
Interpreti: Josh Hartnett (sergente Matt Eversmann), Eric Bana (sergente Norm “Hoot” Hooten), Ewan McGregor (Danny Grimes), Tom Sizemore (tenente colonnello Danny Grimes), Sam Shepard (generale William Garrison), Ewen Bremner (sergente Shawn Nelson), William Fichtner (sergente Sanderson), Charlie Hofheimer (Jamie Smith), Tom Hardy (Lance Twombly), Tom Guiry (sergente Jeff Struecker)
Produzione: Jerry Bruckheimer, Branko Lustig, Terry Needham, Chad Oman, Ridley Scott, Mike Stenson, Simon West per Columbia Pictures Corporation, Jerry Bruckheimer Films, Revolution Studios, Scott Free Productions
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 144’
Origine: Usa 2001

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