La lunga vita del colonnello Kirk

Probabilmente sono l’attore più antipatico di Hollywood”, diceva di sé Kirk Douglas nell’autobiografia Il figlio del venditore di stracci (The Ragman’s Son, 1988). E, in effetti, gli aneddoti sul suo carattere difficile ed egocentrico si sprecano. Tra ammissioni personali e ricordi di chi lo ha conosciuto sul set e fuori… Ma dietro quest’immagine di durezza e autocompiacimento, c’era anche molta consapevolezza strategica. Di sicuro Kirk Douglas non aveva il granitico idealismo di alcuni dei suoi personaggi, i “colonnelli” in particolare, il Dax di Orizzonti di gloria o il Jiggs Casey che viene a capo del colpo di stato organizzato dal generale John Scott (il grande amico Burt Lancaster) nel tesissimo Sette giorni a maggio di John Frankenheimer. Ma, in fondo, non era neanche il “figlio di puttana” che diceva di essere, un oscuro, cinico approfittatore pronto a tutto, come quel Chuck Tatum che cercava di giocarsi bene il suo asso nella manica o lo Shields de Il bruto e la bella. Chissà che alla fine non sia davvero il politropo Ulisse, interpretato per Mario Camerini nel 1954, il personaggio che meglio racconta la sua figura… Perché Kirk Douglas ha costruito da sé il suo destino e la sua immagine. Secondo la perfetta parabola americana. Grazie al soccorso della fortuna, certo, ma soprattutto per merito di un’energia e una grinta irrefrenabili. Con quel fisico da lottatore e quella faccia da filibustiere.

 

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Al secolo Issur Danielovitch, nato il 9 dicembre 1916 ad Amsterdam, nello stato di New York, da una famiglia di ebrei russi, fa di tutto per smarcarsi da un’infanzia e una giovinezza difficili, vissute tra stenti e la violenza del padre ubriacone. Si laurea e si iscrive all’American Academy of Dramatic Arts. Vive come può, poi presta servizio in Marina durante la seconda guerra mondiale. Quando torna a casa nel 1944, riformato per un incidente, si dedica a tempo pieno alla recitazione. Arriva al cinema nel ’46 con Lo strano amore di Marta Ivers, di Lewis Milestone poi ottiene una parte secondaria in Le catene della colpa di Tourneur (1947), accanto a Robert Mitchum e alla meravigliosa e pericolosissima Jane Greer. Fino al ruolo della svolta, come protagonista de Il grande campione di Mark Robson (1949), prodotto da Stanley Kramer, film che vale a Douglas la prima delle tre nomination all’Oscar (le altre per Il bruto e la bella e Brama di vivere). Un riconoscimento, per altro, mai arrivato e parzialmente ricompensato dall’Oscar alla carriera nel 1996, per l’attività artistica e filantropica.

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A partire dagli anni ’50, diviene uno dei volti più attivi e noti di Hollywood. Ma anche qui, il successo non è abbastanza. Douglas decide di fondare una propria casa di produzione per tentare di rendersi più autonomo dai rigidi vincoli dell’industria hollywoodiana. Quasi sotto il segno di Edipo, la battezza Bryna Productions, dal nome della madre. È l’ennesimo rischio di un attore deciso a far tutto di testa propria. Una tenacia che porta Douglas a costruire la propria immagine anche dopo il ritiro delle scene. Le autobiografie, i blog, l’impegno umanitario. E, soprattutto, la rivendicazione di un merito particolare: esser stato tra i primi a infrangere il veto anticomunista dai tempi di MacCarthy. Accreditando Dalton Trumbo alla sceneggiatura di Spartacus (1960). Anni dopo, nel 1973, quando dirige il suo primo film, non certo indimenticabile, Un magnifico ceffo da galera (Scalawag), lo fa soprattutto perché allo script c’è un’altra delle vittime delle liste di proscrizione, Albert Maltz, che da venti anni non riusciva ad apparire nei credits di un film. Molti, a partire dai familiari di Trumbo, non concordano con la versione di Douglas e mettono in dubbio la sua buona fede. Ma anche questa storia racconta la complessità di un personaggio talmente ostinato da alimentare l’aura della propria leggenda. Anche contro la morte, a lungo disattesa… Alla fine, persino Kirk ha dovuto arrendersi. A 103 anni compiuti.

L’ultimo mito dell’epoca d’oro del cinema, scrivono in tanti in queste ore. Vero è che molte delle sue interpretazioni valgono a illuminare anche i film meno appariscenti e riusciti. Per il resto, la filmografia parla da sé: L’asso nella manica di Billy Wilder, Pietà per i giusti di William Wyler, Il grande cielo di Howard Hawks, Sfida all’ O.K. Corral e Il giorno della vendetta di John Sturges, i Minnelli (Il bruto e la bella, la versione vangoghiana di Brama di vivere, Due settimane in un’altra città), L’occhio caldo del cielo di Robert Aldrich, Prima vittoria di Otto Preminger, Gli eroi di Telemark di Anthony Mann, Fury di Brian De Palma. E poi, oltre Kubrick,  i film con Michael Curtiz, Raoul Walsh, Mankiewicz, King Vidor, John Huston, Martin Ritt, Elia Kazan… Insomma…