La Nouvelle vague 45 anni dopo.

 L'intento del convegno, tenutosi a Firenze il 9 novembre, nell'ambito della retrospettiva organizzata da France cinéma è stato quello di rivedere il mito Nouvelle vague, quarantacinque anni dopo la sua nascita, attraverso uno sguardo libero da pregiudizi e dogmi. L'attenzione  è stata puntata sull'importanza che la nuova ondata francese ha avuto nella storia del cinema, mettendone in evidenza la forza innovativa ma anche alcuni limiti e ridimensionandone, in parte, il mito. Il dibattito è stato animato dagli interventi,  di Sandro Bernardi, Michel Ciment, Morando Morandini, Callisto Cosulich, Bruno Torri e Aldo Tassone. Dalla discussione  è emerso che la Nouvelle vague ha rivoluzionato il modo di fare cinema soprattutto da un punto di vista produttivo, liberando i registi della nuova generazione dalle pastoie burocratiche che soffocavano l'industria cinematografica di quel periodo. Da quel momento in poi è stato possibile fare cinema con maggiore facilità e libertà.

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All'interno della Nouvelle vague sono stati  raggruppati molti registi a volte distanti tra di loro ma, al di là della loro eterogeneità, tutti erano accomunati dal grande amore per la letteratura (l'amore per Balzac, ad esempio, unisce due registi diversi come Rivette a Truffaut) e, soprattutto, dal grande amore per il cinema. Dalla  cinefilia che nutriva Godard e compagni nasce un altro aspetto fortemente innovativo della Nouvelle vague che è stato quello di fare cinema partendo dal cinema stesso. Se il neorealismo aveva aperto gli occhi sulla realtà, la  Nouvelle vague apre gli occhi sul cinema, afferma Bernardi. Uno dei meriti principali della Nouvelle vague è stato proprio quello di rinnovare il cinema partendo dal cinema popolare (quello di Hitchcock, di Anthony Mann, di Nicholas Ray, di Fritz Lang nel suo periodo americano) mascherandolo e riscrivendolo a livelli alti.


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Nell'ottica di questa riscrittura può capitare anche di trovare citazioni inaspettate e sorprendenti come quella scoperta da Aldo Tassone che ha fatto notare come il primo cortometraggio di Jacques Rivette Le coup du berger, del 1956 ricordi molto da vicino, ai limiti del plagio, un episodio di Accadde al commissariato di Giorgio Simonelli  del 1954, sceneggiato da Ruggero Maccari e Ettore Scola.


Da Michel Ciment, critico di Positif,  la rivista che da sempre è stata opposta ai Cahiers du cinéma, sono venute le critiche più agguerrite alla Nouvelle vague. Secondo Ciment il mito Nouvelle vague va ridimensionato. L'innovazione apportata da quello che non è né un movimento, né una scuola (ma solo un nome collettivo inventato dalla stampa per raggruppare dei nuovi registi che si erano fatti notare in quegli anni) è inferiore a quella determinata dal neorealismo, dal Free cinema e, soprattutto, dall'avanguardia francese degli anni venti (Delluc, Epstein, Dulac, L'Herbier). Ma quello che, agli occhi di Ciment, appare il più grande limite della Nouvelle vague è quello di aver attaccato con eccessiva violenza i registi della vecchia generazione (Clouzot, Duvivier, Autant-Lara e Clément) che sono stati distrutti moralmente e in modo ingiusto. Se pure questa intransigenza fosse stata necessaria all'inizio (bisogna sempre criticare ferocemente il passato se si vuole creare qualcosa di nuovo) appare fuori luogo negli anni successivi, quando con la stessa veemenza vengono attaccati quei registi che non erano allineati con le posizioni del gruppo dei Cahiers du cinéma. Ciment trova imperdonabile il trattamento riservato dai  "giovani turchi" a  Sautet, Melville e Tavernier, registi di grande valore che non meritavano di essere distrutti. 


Ma, al di là dei limiti messi in evidenza dai critici,  al di là delle definizioni, delle mitizzazioni e demitizzazioni, a distanza di quarantacinque anni, della Nouvelle vague rimangono per fortuna i film, che continuano a emozionarci con un'intensità che il tempo non ha scalfito.