La programmazione di Fuori Orario dal 10 al 16 luglio

Da stanotte a sabato 16, tre notti con la tv anarchica, L’odore della notte, I vinti, Zero in condotta e An Elephant Sitting Still

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Domenica 10 luglio dalle 1.15 alle 6.00

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SENTIERISELVAGGI21ST N.12 – COVER STORY: TOM CRUISE, THE LAST MOVIE STAR

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Fuori Orario cose (mai) viste

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DARIO ARGENTO – L’AMORE E IL TERRORE, A CURA DI GIACOMO CALZONI

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

ANARCHIVIO. ANARCHISMO PASSATO IN TV

a cura di Fulvio Baglivi

CULTURA IN ITALIA – STORIA DELL’ANARCHISMO

(Italia, 1968-1969, b/n)

Breve filmato sulla storia dell’anarchismo carrarino con interviste agli anarchici della città toscana e rare immagini del convegno tenutosi nel 1968 con l’arrivo dei giovani parigini protagonisti del Maggio francese.

CULTURA IN ITALIA – ANARCHICI ITALIANI

(Italia, 1965-1969, b/n)

Servizio sugli anarchici italiani uniti nella Federazione Anarchica Italiana che si concentra in particolare sul gruppo Germinal di Carrara e il gruppo di Ancona.

TV 7 – LA FATTORIA DEGLI ANARCHICI

(Italia, 1965, b/n)

Andato in onda il 28/6/1965, il servizio per l’approfondimento settimanale del TG1 riutilizza immagini già presenti in altri servizi e intervista diversi anarchici sulla loro visione del presente e del futuro.

LA PAROLA, IL FATTO: ANARCHIA

(Italia, 1975, b/n)

Andato in onda l’1/10/1975 questa puntata della trasmissione La parola, il fatto è dedicata all’anarchia e ricostruisce il tentativo insurrezionale messo in atto nel Matese da Errico Malatesta e Carlo Cafiero nel 1877. Alle sequenze di fiction si alternano interventi in studio e interviste sull’argomento girate per strada. La consulenza linguistica è di Tullio De Mauro quella storica è di Pier Carlo Masini.

L’ITALIA DEI VECCHI – VECCHIO MIO 

(Italia, 1977-1980, b/n)

Andata in onda il 30/12/1980 ma girata negli anni precedenti, questa puntata dell’Italia dei vecchi ha per protagonisti alcuni vecchi carrarini, cavatori di marmo, anarchici, che hanno attraversato il secolo scorso con le sue guerre e la dittatura fascista.

NON SONO L’UN PER CENTO – ANARCHICI A CARRARA

(Italia, 2007, colore)

Di: Antonio Morabito

Con: Alfonso Nicolazzi, Luigi Di Lembo, Donato Landini, Dominique Stroobant, Massimiliano Giorgi, Angelo Dolci “Taro”

Un secolo di anarchismo raccontato dal gruppo anarchico Germinal di Carrara, una sede della Federazione Anarchica Italiana nella città che continua settimanalmente a stampare Umanità Nova, giornale fondato da Errico Malatesta. Prodotto da Rean Mazzone, storico produttore di Ciprì e Maresco, il film di Antonio Morabito

ZÉRO DE CONDUITE (ZERO IN CONDOTTA)

(Francia, 1933, b/n, dur., 49′, v. o. sott., it.)

Regia: Jean Vigo

Con: Jean Dasté, Robert Le Flon, du Verron, Delphin, Louis Lefebvre, Gilbert Pruchon, Coco Goldstein, Gérard de Bédarieux, Léon Larive

Il film racconta la rivolta dei ragazzi all’interno di un collegio maschile. “L’empatia di Vigo verso i piccoli insorti è acuita dalla sfrontata, esilarante descrizione dell’imbecillità delle autorità scolastiche.

Indiscutibilmente uno dei più grandi film sull’infanzia, venne messo al bando dalla censura francese e non ha avuto una proiezione pubblica fino al 1945”. (Michael Almereyda)

“I capolavori consacrati all’infanzia nella letteratura e nel cinema si contano sulle dita di una mano (…) Come in tutte le opere prime, c’è in Zéro de conduite un aspetto sperimentale, idee di ogni tipo più o meno bene integrate nella sceneggiatura e girate con l’aria di dire “proviamo anche questo per vedere che effetto fa”. Penso, ad esempio, alla festa del collegio in cui su una tribuna, che è nello stesso tempo un tirassegno di fiera, alcuni manichini sono messi in mezzo a personaggi reali. Cosa che poteva fare René Clair nello stesso periodo, un’idea comunque datata. Ma per un’idea intellettualistica di questo tipo, quante superbe invenzioni si possono contare, comiche, poetiche o strazianti, tutte comunque di una grande forza visiva e di una crudezza ancora ineguagliata! (…) Qual era il segreto di Jean Vigo? É probabile che vivesse più intensamente della media della gente. Si sa che era già malato mentre girava i suoi due film e anche che ha girato certe sequenze di Zéro de conduite steso su un letto di campo. Per questo sembra plausibile che Vigo, sapendosi condannato, sia stato stimolato da questa scadenza, da questo tempo contato. Dietro la cinepresa doveva trovarsi nello stato d’animo di cui parla Ingmar Bergman: “Bisogna girare ogni film come se fosse l’ultimo”. (François Truffaut, Les films de ma vie, 1975)

 

Venerdì 15 luglio dalle 0.45 alle 6.00

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

SI SALVI CHI PUO’. LA VITA NON SI SCAMPA (1)

A cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

I VINTI

(Id., Italia-Francia, 1952, b/n, 108’)

Regia: Michelangelo Antonioni,

Con: Etchika Choureau, Jean-Pierre Mocky, Franco Interlenghi, Anna Maria Ferrero, Evi Maltagliati, Peter Reynolds, Patrick Barr, Fay Compton

Secondo film di Michelangelo Antonioni dopo Cronaca di un amore, I vinti è diviso in tre segmenti, uno girato a Parigi, uno a Roma e uno a Londra. Sono tre storie di triste malavita, segnate da una visione futile e utilitaristica della vita, una disperazione che per Antonioni affonda le sue radici nel conflitto mondiale di pochi anni prima. Sia in Italia che in Francia e Inghilterra il film subì una censura feroce, con pesanti rimaneggiamenti. In Francia il film fu distribuito soltanto dieci anni più tardi.

L’ODORE DELLA NOTTE

(Italia, 1998, col., 97’)

Regia: Claudio Caligari

Con: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi, Alessia Fugardi, Francesca D’Aloja, Little Tony

Ispirato a un fatto di cronaca degli anni ’70 e al romanzo Le notti di Arancia meccanica di Dino Sacchettoni, il film narra le vicende di una banda di rapinatori dell’estrema periferia romana all’assalto0 dei quartieri alti. La banda, capitanata da Remo Guerra, giovane duro e arrabbiato, poliziotto per poco tempo, aggancia le vittime per strada, le segue in macchina e entra con loro nelle case. Le azioni si susseguono in un’escalation di violenza. Remo deve affrontare i dissidi tra i membri del gruppo, poi la propria crisi personale.

“Nasce dalla suggestioni ricche di valenze simboliche di una storia veramente accaduta. Lavora questi materiali cercando di coniugare tutt’e due le anime del cinema, quella di derivazione realistica di Lumière e quella immaginifica di Méliès, con l’obiettivo di dire due o tre cose sui tempi che attraversiamo e sul paese in cui viviamo. Incontra nel suo percorso realizzativo un attore in grado di dare al protagonista della storia il necessario statuto carismatico” (Claudio Caligari 1998)

 

Sabato 16 luglio dalle 0.50 alle 6.30

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

AN ELEPHANT SITTING STILL            

(Dà XiàngXídìÉrzuò, Cina, 2017, col., dur., 226’ , v.o. sott., italiano)

Regia, sceneggiatura e montaggio: Hu Bo

Con: Peng Yuchang, Zhang Yu, Wang Yuwen, Liu Congxi

Opera prima e tragicamente ultima del regista cinese Hu Bo, morto suicida ventinovenne subito dopo aver terminato il montaggio, An Elephant Sitting Still è stato presentato in prima mondiale al Forum di Berlino nel febbraio del 2018 ed è diventato il caso cinematografico mondiale più stupefacente della fine del decennio, acclamato come uno degli esordi più dolorosi e potenti del cinema del Ventunesimo Secondo. Béla Tarr, suo grande ammiratore, e che aveva seguito Hu Bo come tutor a Xining durante la realizzazione di un cortometraggio, lo ricorda come “un uomo costantemente circondato da una tempesta”. Ma “nel lavoro era estremamente sensibile e gentile. Ascoltava tutti ed era attento ai dettagli. Era costantemente di corsa. Forse sapeva di non avere molto tempo. Ha bruciato la sua candela dalle due estremità. Voleva avere tutto ora. Non poteva accettare il mondo e il mondo non poteva accettarlo. Anche se lo abbiamo perduto, i suoi film saranno con noi per sempre”. Con un solo lungometraggio Hu Bo ha fatto tabula rasa di tutto il cinema d’autore algido e manierista della nostra epoca.

Il film, tratto da un romanzo dello stesso regista, si svolge nell’arco di una giornata, dal mattino alla notte, in una città cinese industriale senza nome, dove si intersecano le vite dei quattro personaggi principali.  L’adolescente Wei Bu è in fuga: ha ferito gravemente il bullo della scuola, YuShuai, spingendolo accidentalmente giù dalle scale. La sua compagna di classe Huang Ling ha rotto con la madre e si è lasciata abbindolare dal suo insegnante. Il fratello maggiore di Shuai, Cheng, si sente responsabile del suicidio di un amico. Un pensionato, il signor Wang, non vuole essere trasferito dal figlio in una residenza per anziani e lascia la casa con la nipotina. I   protagonisti si mettono in viaggio verso la città di Manzhouli, nel nord della Cina, dove pensano di trovare un elefante che se ne sta semplicemente seduto, immobile e indifferente al resto del mondo.

“Quattro personaggi giunti al capolinea ancora prima di cominciare che salgono su un treno il cui viaggio inizia dall’ultima stazione. Intorno due suicidi, un omicidio. Il mondo che cola a picco. Morire per un film. Morire per un primo film. L’unico. In modo che resti unico. Quante altre volte nella storia del cinema? Il grande Gennadij Shpalikov, lo sceneggiatore del capolavoro di Kuciev Ho vent’anni (ovvero Bastione Il’ic), e regista di un film assurdamente bello e simile a An Elephant Sitting Still, con al posto dell’elefante la Luna, l’immenso Una lunga vita felice (1966). Per intraprendere il tragitto estremo verso una sola e fragile immagine, bisogna essere indifferenti alla crudeltà del mondo come un elefante. Bisogna fare un film capace di ignorare la propria stessa evidente bellezza, stare dalla parte di chi non crede al potere o alla potenza delle immagini, metodo sperimentale per farne e farsi paesaggio interiore. E allora il viaggio diventa storia di un accecamento, movimento di macchina che si mette ogni cosa alle spalle e scarta in derive e detour quelle che si avvicendano davanti. In questo modo, stretto nella morsa di un inverno terrificante, Hu Bo sembra voler filmare uno stato gassoso, i corpi che più si ricoprono di ferite più diventano evanescenti. Di nuovo, come un elefante quando decide che è giunta l’ora e si allontana verso lande desolate per restare solo con la sua stessa fine.Il tempo poi. Dall’alba al tramonto. Un solo giorno per vivere e morire. Se c’è qualcosa di sontuoso in questo (si è detto Béla Tarr, si è detto Jia Zhangke, ma sono solo stampelle per spiegare l’inspiegabile grandezza di un esordio che rimarrà esordio e non ci sarà un seguito), Hu Bo fa di tutto per coglierne i veleni in circolo, l’egoismo e la rabbia, il cuore fangoso di una nazione tanto vasta quanto cieca. La rete di rapporti agonizzanti e decadenti non ha tuttavia nulla di sociologico, ma è solo la base per un intricato movimento continuo fra piani e primi piani, stretti corridoi e pianure immense, la cui flagranza risponde all’oscurità verso cui tutti sembrano destinati. Come se il cinema fosse la sola speranza (non se ne sa molto, ma Hu Bo era anche autore di romanzi molto chiacchierati in Cina). E non è detto che non sia questa stessa speranza a contemplare la possibilità violenta, lo scontro quotidiano, il conflitto, l’ingaggio politico, nonostante tutto. Hu Bo è morto, viva Hu Bo”. (Lorenzo Esposito, Cinema vs Death, in “Film Parlato” n. 7, 2018)

Nato nel 1988 Hu Bo, scrittore e regista, ha frequentato la Beijing Academy. Il cortometraggio Distant Father (2014) gli è valso il premio per la Miglior regia al Golden Koala Chinese Film Festival; Night Runner (2014) è stato selezionato a Tapei. Ha partecipato allo Xining FIRST International Film Festival dove, sotto la supervisione di Béla Tarr, ha completato il cortometraggio Jing li de ren (Man in the Well).  Dopo aver portato a termine il suo primo lungometraggio, An Elephant Sitting Still,Hu Bo si è tolto la vita. Come scrittore ha pubblicato due romanzi, Huge Crack e Bullfrog.

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