La Restaurazione di Hollywood: sull’Oscar a David Lynch

Negli anni recenti sono stati premiati Hayao Miyazaki, Frederick Wiseman, Jean-Luc Godard, Lauren Bacall, Roger Corman e Robert Altman. E negli anni ’70 sono stati ‘risarciti’, tra gli altri, Charlie Chaplin, Howard Hawks e Jean Renoir. Dopo tre nomination per The Elephant Man (1981), Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001), David Lynch ha ricevuto l’Oscar Onorario alla carriera nel corso dei Governors Awards che anticipa i 92° Academy Awards che si svolgeranno il prossimo 10 febbraio 2020. Con lui, sono stati premiati anche Lina Wertmüller, Wes Studi e il premio umanitario Jean Hersholt a Geena Davis per la lotta nell’eguaglianza di genere.

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Lo schema è sempre quello: colmare gli abbagli, più o meno clamorosi, del passato. Con Lynch quindi si chiude idealmente un’altra casella. Poi sempre spazio all’uguaglianza di genere (anche se la Wertmüller ha detto: “questo Oscar è maschilista, bisognerebbe cambiargli il nome in Anna“) e al primo nativo americano a ottenere la statuetta.

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Tutto bene dunque. Hollywood dietro la sua esibita democrazia, si riprende in mano il cinema, quello che conta. Il tempo si è fermato. Sembra di tornare alla fine degli anni ’70 quando l’industria si era di nuovo impadronita di tutta la macchina, dopo che la libertà della New Hollywood gliela aveva, anche solo per un attimo, scippata. Correndo verso strade senza meta tra paesaggi sterminati, motel, montagne e cielo azzurro. Ovviamente però regalando lo status ad alcuni grandi artefici di quella stagione come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Steven Spielberg. I primi due sono proprio quei grandi maestri che si sono aizzati contro i film Marvel. L’altro invece ha criticato Netflix impegnandosi a garantire che ai prossimi Oscar non ci sia più un caso Roma. Quindi attraverso di loro, Hollywood torna a stabilire cosa è cinema e cosa non lo è. I rivoluzionari della New Hollywood diventano, almeno sulla carta, i restauratori della Vecchia Hollywood. Sono le loro dichiarazioni, non il loro cinema. Che ancora oggi è stratosferico, modernissimo, devastante. Anche se poi, proprio in questi giorni, il regista di The Irishman sembra aver corretto il tiro. La sua critica non riguarda i cinecomic in senso stretto che erano stati comunque definiti come “parchi divertimento”. In un’intervista pubblicata su EW ha sottolineato: “È una forma cinematografica diversa, o forse una forma d’arte completamente diversa”. E qui ci si trova in sintonia. Perché, proprio ricollegandoci a David Lynch, si può dire che il suo non è (soltanto) cinema ma tante forme d’arte completamente diverse. E deve essere questo il nostro approccio. Per non rinchiudersi in uno schema unitario e indissolubile che debba per forza definire: “È cinema. Non è cinema”.

Si, il tempo si è fermato. Ignorando tutto un immaginario che sta cambiando alla velocità della luce. Se si confronta il primo Avengers con l’ultimo (per chi scrive, strepitoso, epocale) Endgame non sembrano passati sette anni, ma almeno venti. E in più, tutta la visione digitale, una nuova industria dei sogni. Quindi niente supereroi, niente Netflix e Amazon, tutti contro la fabbrica dei desideri omologati. Solo film per le sale, anche mediocri, non importa. Con festival che possano supportare questa politica, vedi Cannes che non aveva preso proprio Roma che poi ha vinto il Leone d’oro a Venezia.

“Ve lo diciamo noi cosa è cinema e cosa non lo è”. In attesa delle statuette del 2020, sembra essere questa la presa di posizione. Sembra di vedere i fantasmi di Louis B. Mayer e Irving Thalberg che dicevano a Buster Keaton come si dovevano scrivere le gag. Anche se il secondo era decisamente più illuminato del primo.

E l’Oscar onorario a David Lynch sa molto di beffa. Per un cineasta molte volte visto con sospetto dai producers statunitensi. Che non aveva incassato abbastanza con Cuore selvaggio (1990) anche se aveva vinto la Palma d’oro a Cannes suscitando anche le lamentele di critici del calibro di Roger Ebert. E che poi, dopo i cocenti flop di Fuoco cammina con me (1992) e Strade perdute (1996), ha sempre dovuto girare i suoi film successivi grazie a coproduzioni francesi; decisivi sono stati Canal+ e Les Films Alain Sarde per Una storia vera (1999) e Mulholland Drive (2001). Un cineasta il cui ultimo film uscito in sala, Inland Empire, risale a 13 anni fa. E la cui sublime sperimentazione si può vedere nei moltissimi corti di questi ultimi due decenni. Se non li avete visti, recuperatevi Ballerina (2007) o The 3 Rs (2011), trailer di un minuto per la Viennale. Oppure Duran Duran: Unstaged (2014), viaggio musicale con l’esibizione della celebre band degli anni ’80 al Mayan Theatre di Los Angeles. Evento multimediale, trip virtuale, onirico, tutti dentro Twin Peaks – Il ritorno. Dove ognuno dei 18 episodi era un’esperienza sensoriale, ipnotica. Già oltre il cinema.

Qu’est-ce-que-le cinéma? si chiedeva André Bazin. Si, la domanda oggi è ancora più attuale. Ovviamente Lynch non poteva certo rifiutarsi di andare a prendere l’Oscar. Così come ci sarebbero andati pure Thor, Capitan America e Iron Man. Ma resta l’idea che il cineasta statunitense con questo riconoscimento/risarcimento, non c’entri proprio nulla. Forse la parola ‘cinema’ oggi non basta più. Circa venti, venticinque anni fa, per stroncare un film si diceva anche: “non è cinema, è tv”. Oggi suona quasi come un complimento. Perché dentro molti prodotti al di là dal grande schermo circola molto più “cinema” che in molti film. Quindi essere all’infuori del “cinema certificato” secondo Scorsese, Coppola o Ken Loach potrebbe anche non avere solo connotazioni negative. Ma annunciare delle forme diverse. E allora siamo d’accordo.

 

DAVID LYNCH RITIRA L’OSCAR ONORARIO ALLA CARRIERA

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