L'arte della reincarnazione: Daniel Day-Lewis

Protagonista di "Gangs of New York" di Scorsese, per l'attore la recitazione è un riparo sicuro nei momenti in cui il bisogno di esprimersi è insopprimibile, in cui si avverte l'esigenza di entrare nella vita di un'altra persona

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Attore unico nel panorama internazionale Daniel Day-Lewis è energia pulsante, maschera in continua evoluzione, acrobata capace di immergersi nel fuoco uscendone trasfigurato. Erede della più nobile tradizione britannica, Day-Lewis scava nel passato per rivivere nel presente, incidendo sul corpo i segni di un'altra vita, inconsapevole seguace del 'method' statunitense. Recitare per lui è un riparo sicuro nei momenti in cui il bisogno di esprimersi è insopprimibile. A Roma per presentare Gangs of New York, Day-Lewis ha affermato con estrema semplicità che nel suo mestiere bisogna "far sì che le cose si rivelino, che la realtà rappresentata sullo schermo, di cui fai parte come interprete, mostri agli occhi dello spettatore la propria verità". Esperienza totalizzante, ricca di gioie e intimi tormenti, la recitazione per Day-Lewis è una (ri)nascita, il momento in cui la vita lasciata crescere dentro di sé per mesi vive attraverso il personaggio la sua breve ma intensa esistenza.

Figlio di un celebre poeta, Cecil, di un'attrice, Jill Balcon, e nipote di Michael Balcon, fondatore degli Ealing Studios, Day-Lewis (nato a Londra il 29 aprile 1957) ha vissuto sin dall'infanzia al centro della società artistica londinese. Iscritto dai genitori alla progressista Bedales School, Day-Lewis abbandonò gli studi a tredici anni per esordire l'anno successivo nel cinema in Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger, in cui fece una fugace apparizione nella parte di un teppista. Conclusa questa prima esperienza, scrisse e interpretò la sua prima commedia teatrale, Breakout (1972), per poi iscriversi alla prestigiosa Bristol Old Vic School, fucina dei più fulgidi talenti della scena britannica (Gary Oldman, Greta Scacchi, Miranda Richardson tra gli altri). Le sue prime uscite sul palcoscenico hanno messo subito in risalto la sua vena trasformista che gli consentì di alternare ai tradizionali ruoli shakespeariani, riuscite rivisitazioni dell'opera futurista di Majakovskij e del conte Dracula. Affermatosi come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione, Day-Lewis ha ottenuto nel 1982 la consacrazione con lo spettacolo teatrale Another Country, rappresentato sulle scene del West End londinese.

Il suo 'ritorno' al cinema è coinciso con Gandhi (1983) di Richard Attenborough e Il Bounty (1984) di Roger Donaldson, film che gli hanno permesso di lavorare con mostri sacri come Ben Kingsley, Anthony Hopkins e Laurence Olivier. L'affermazione internazionale è arrivata però solo un anno dopo con il dramma sociale My Beautiful Laundrette di Stephen Frears e la commedia in costume Camera con vista di James Ivory. In questi due film l'eclettismo di Day-Lewis ha avuto modo di 'esplodere', scivolando nei 'corpi opposti' di Johnny, un punk omosessuale, e Cecil, un fatuo aristocratico. Imparato il ceco e indossati i panni del seduttore, Day-Lewis ha spiazzato di nuovo lo spettatore con il personaggio di Tomas, protagonista de L'insostenibile leggerezza dell'essere (1987) di Philip Kaufman, performance ricca di sfumature ma vittima dell'ingiusta accoglienza riservata dai critici al film.

Il trionfo però era vicino e due anni più tardi il metamorfico Day-Lewis ha vinto il premio Oscar indossando la 'maschera' dello scrittore paraplegico Christy Brown, in Il mio piede sinistro di Jim Sheridan. Entrato nel ruolo vivendo per settimane su una sedia a rotelle, Day-Lewis ha 'infuocato' la sua caratterizzazione riuscendo a fondere la menomazione fisica del personaggio con una straordinaria carica interiore. Eclissatosi per qualche tempo dalle scene per cambiare di nuovo pelle, Day-Lewis è 'riapparso' nel 1992 con il nome di Hawkeye, impavido guerriero nello splendido L'ultimo dei Mohicani (1992) di Michael Mann. Abituatosi a 'sentire' la foresta in alcuni giorni trascorsi in solitudine tra gli alberi, Day-Lewis ha riconfermato in questo film la sua innata abilità nell'entrare nella vita dei suoi personaggi. Tornato in Irlanda, terra dei suoi avi, il grande camaleonte ha rafforzato il sodalizio con Jim Sheridan che lo ha diretto a distanza di quattro anni in Nel nome del padre (1994) e The Boxer (1998). L'IRA (non solo l'organizzazione) è il filo conduttore di queste due opere in cui Day-Lewis ha incarnato la rabbia del 'condannato' Gerry Conlon e l'intimo dolore per un amore perduto del pugile 'fuoriuscito' Danny Flynn. In quegli anni ha tracciato anche un'altra figura di grande spessore, il pastore protestante John Proctor de La seduzione del male (1996) di Nicholas Hytner, uomo tormentato e scisso tra l'amore per una giovane accusata di stregoneria e la responsabilità morale di cui si sente investito.

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L'incontro che però ha segnato (finora) il culmine della sua carriera è stato quello con Martin Scorsese che lo ha voluto con sé in L'età dell'innocenza (1993) e Gangs of New York (2002) per raccontare le due 'anime' (spesso coincidenti) della 'sua città'. Seppur appartenenti a due galassie lontane, il raffinato Newland Archer e il sanguinario Bill the Butcher si somigliano nel loro essere entrambi 'vittime' di regole sociali ugualmente spietate, costretti dalle 'tribù' di appartenenza a essere quello che (forse) non vorrebbero. L'incapacità di ribellarsi all'ordine di Newland e la necessità di tenerlo strettamente in pugno di Bill sono state rese magnificamente da Day-Lewis con due interpretazioni struggenti e dense di 'verità', quella che lui ha sempre cercato di 'rivelare' nella sua straordinaria carriera.


 

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