LIBRI DI CINEMA – “Un’aspirina e un caffè con Bernardo Bertolucci”, a cura di Giancarlo Alviani

Il testo delinea il profilo dell’Autore attraverso interviste, citazioni e materiale inedito dal quale emerge un ritratto fatto di ricordi e impressioni in parte sconosciuti al pubblico. Mimesis Ediz.

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Un’aspirina e un caffè con Bernardo Bertolucci. Regista e attori si raccontano
a cura di Giancarlo Alviani
Edizioni Mimesis Cinema
pp. 127 €. 12,00

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Sul vassoio c’è un flaconcino di aspirine inglesi e una brocca d’acqua. Bernardo, prende il farmaco, perché – dice – ha mal di schiena. Notando la mia curiosità, me ne offre una. La accetto e sorrido per la curiosa situazione in cui ci troviamo: tralasciamo il cinema per accompagnare il caffè con le aspirine, al posto dei biscotti.” È l’aneddoto che Giancarlo Alviani ricorda della sua intervista a Bernardo Bertolucci e da cui trae il titolo de Un’aspirina e un caffè con Bernardo Bertolucci, testo che delinea il profilo dell’Autore attraverso interviste, citazioni e materiale inedito (il carteggio di Alviani con Bertolucci, Laura Betti e Cherie Nutting o ancora tra Richard Horowitz e Paul Bowles, le fotografie mai pubblicate e “Questa illuminante visione pervertita”, di Fausto Taiten Guareschi), dal quale emerge un ritratto che si distingue nella copiosa letteratura sul Regista, per essere fatto di ricordi e impressioni in parte sconosciuti al pubblico.

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Nell’incontro con Alviani, Bertolucci racconta del proprio amore per la “contaminazione dialettica” e di come essa prenda corpo in Novecento; del suo metodo registico, fatto della ricerca di una “twilight zone”, in cui tenta di condurre il personaggio all’attore e della sua abitudine a restare solo sul set prima di ogni inquadratura, “ispezionando la scena” da quello che egli stesso definisce viseur du visionnaire, in un processo creativo in cui la realtà spesso trascende la sceneggiatura; riferendosi a Il conformista di Alberto Moravia, Bertolucci spiega il suo rapporto con la letteratura e come, nella trasposizione cinematografica dei testi letterali, il tradimento abbia costituito il suo modo per rimanere fedele al testo; parla dell’intenzione, in The Dreamers, di creare un fil rouge con i fatti di Genova del 2001 e di quanto poco gli appartenga il concetto di fatalismo e, paradossalmente, come proprio da qui sia originato il suo interesse ad esplorarlo con Il Tè nel deserto.

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Dalle conversazioni di Giancarlo Alviani con alcuni dei professionisti diretti da Bertolucci, emerge il quadro univoco di “un poeta della macchina da presa”, come lo definisce Joan Chen, fortemente empatico (tant’è che Maria Solinas, intervistata anch’essa da Alviani, se ne innamora) e capace di penetrare e valorizzare l’interprete anche nei ruoli minori, ne dice Stefania Sandrelli, dotato com’è della raffinata capacità di creare scene perfette al di là del montaggio, ne osservano Jeremy Irons e Adriana Asti. Dall’incontro di Giancarlo Alviani con Francesco Barilli affiora il rapporto di Bertolucci con la “sua Parma”, mentre dall’inedita traduzione italiana di un’intervista dell’87 rilasciata da Ying Ruocheng ad un giornale svizzero trapela l’approccio misurato di Bertolucci ai fatti storici su cui il regista costruisce L’ultimo Imperatore; Alviani, infine, “affida” alle parole di Judith Malina il concetto di libertà in Bertolucci e il suo rapporto col teatro. Nel dar voce a Bernardo Bertolucci attraverso gli interpreti che con lui hanno condiviso il set, Alviani coglie l’occasione di abbozzare anche il ritratto di quegli stessi professionisti, offrendo così, al proprio scritto, l’opportunità di porre un accento nuovo nel contesto denso della letteratura sull’Autore.

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