Life of Crime 1984 – 2020, di Jon Alpert

Fuori Concorso a #Venezia78 il documentario HBO con cui Alpert porta a compimento il progetto di pedinamento di un gruppo di tossicodipendenti di Newark durato 36 anni e altri due capitoli

Life tells you what’s the end of your film (Jon Alpert)

 

Life of Crime segue la vita di tre tossicodipendenti: Rob, Freddie e Deliris per quasi quarant’anni entrando con il suo sguardo ovunque: nei negozi dove compiono piccoli furti, nelle case, nelle celle, nelle famiglie, nelle loro stesse vene.

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Sono tante le domande e le considerazioni che si affollano nella mente durante la visione di Life of Crime, le prime e più superficiali riguardano gli aspetti “tecnici” e narrativi: ma come si poteva nel ’84 (con le videocamere dell’epoca) seguire i protagonisti nei loro furti nei negozi senza farli scoprire? A tale proposito Alpert ha raccontato che i furti erano reali, ma dopo di essi la produzione tornava nei negozi per mettere al corrente i proprietari dell’avvenuto e risarcirli. Com’è possibile anche solo immaginare un percorso narrativo lungo 36 anni e com’è possibile che immagini girate a così tanta distanza le une dalle altre possano “dialogare” fra loro e costruire una narrazione unica e non una sorta di summa di “filmini di famiglie tossiche”?
Il progetto nasce già con una sua vocazione specifica: documentare la vita vera della tossicodipendenza; Jon Alpert aveva realizzato due documentari con gli stessi personaggi e lo stesso materiale raccontandone la vita durante un anno (One Year in a Life of Crime del ’89) e poi a distanza di circa quindici anni (Life of Crime 2 del ’98). Life of Crime 1984 – 2020, dunque, non è altro che la summa dei due lavori precedenti al quale Alpert ha aggiunto il finale “scritto dalla vita” dei tre protagonisti. Lo stile da “filmino di famiglia” è, poi, la vera forza del film: quel rapporto di fiducia fra protagonisti e narratore che permette allo spettatore un’immersione senza filtri in una realtà altrimenti “infilmabile” (Caligari insegna). Grazie a questo rapporto di fiducia, infatti, lo spettare assiste alla frenesia pre-dose ed alla seguente apatia che li trasforma in zombie, alle liti di famiglia, ai tradimenti e soprattutto è testimone del punto di vista dei figli che man mano arrivano: costretti ad una vita randagia ed “autonoma” praticamente da appena riescono a reggersi in piedi ed allo stesso tempo perfettamente consapevoli di quella che è la vita dei genitori, ai quali pongono, quasi istintivamente, l’unica via d’uscita possibile dalla dipendenza – il loro amore (ad un certo punto, all’età di cinque o sei anni, la figlia di Deliris dice alla madre che non le vorrà più bene se non smette di drogarsi).

Accanto a queste considerazioni, che già da sole rendono questo lavoro unico e imprescindibile, ce n’è un’altra, di natura più sociologica, che grazie alla durata dell’arco narrativo emerge con chiara evidenza: il rapporto fra i protagonisti e la società. Da giovani sono loro ad autoescludersene con spavalderia: provenienti da famiglie di lavoratori (umili ma onesti, si sarebbe detto un tempo) sono orgogliosi di poter affermare che loro in una sola giornata di furti guadagnano quanto i genitori in mese: a loro modo “vincitori” nella corsa al grande sogno americano. Quando arrivano, immancabili, gli arresti è la società ad escluderli e questa esclusione è definitiva, indipendentemente dalle ipocrite promesse di riabilitazione e reinserimento. Una volta passati per il carcere, il reinserimento è questione burocratica che passa per lavori precari e sottopagati ed invade anche la sfera privata (a Freddie viene proibito di tornare a vivere nella casa di famiglia perché troppo affollata e caotica e con alcuni familiari apparentemente anch’essi tossicodipendenti). Il reinserimento nella società diviene, quindi, un miraggio che serve solo a riempire i vuoti fra una detenzione e l’altra (come già magistralmente raccontato da Edward Bunker in Come una bestia feroce).

Ma la prigione vera dalla quale debbono liberarsi è, naturalmente, quella dell’eroina e nel corso di questi 36 anni tutti e tre i protagonisti sembrano a loro modo riuscire a farcela, ma apparentemente solo sostituendo una dipendenza psicologica con un’altra: Rob ci prova con l’aiuto verso gli altri, Freddie prova a riscoprire il legame con i figli e Deliris unendo entrambi questi aspetti. Ma la vita ha in mente un altro finale di racconto per tutti e tre.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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