L’invincibile Bette Davis: intervista con il Mito

Se le interviste impossibili fossero realmente tali, quest’intervista non potrebbe esistere. Bette Davis, una leggenda di Hollywood: fiera, ambiziosa e dannatamente non convenzionale. Sono tantissime le storie e gli aneddoti sulla sua vita che ancora oggi ossessionano il cinema e i media. Ma come tornare a un’immagine primordiale, alleggerita da tutte quelle credenze che crescono rigogliose nel tempo, forti del loro essere inestinguibili? Sicuramente attraverso le parole stesse della Davis. In un percorso ideale di riscoperta della donna e dell’attrice ci vengono incontro le sue due autobiografie: The Lonely Life (tradotta in Italia con il titolo Lo schermo della solitudine – Lithos editore), che viene pubblicata nel 1962, in cui la Davis ripercorre la sua carriera fino a quel momento; e This ‘n That, uscita nel 1987, che prende le mosse dal presente, con l’attrice settantacinquenne, appena ristabilitasi dopo l’infarto, che riflette sul suo passato. A queste si aggiunge il recentissimo Miss D and Me: Life with the Invincible Bette Davis di Kathryn Sermak, presentato al Festival del Cinema Ritrovato. L’autrice è stata l’assistente personale di Bette Davis negli ultimi dieci anni della sua vita; parlarle sarebbe stato come rivolgermi direttamente alla Davis. All’epoca l’attrice cercava una ragazza del venerdì e le sole domande che le fece furono: il suo segno zodiacale, se sapesse cucinare un uovo da tre minuti e la sua conoscenza dell’industria cinematografica… Ma cos’è una ragazza del venerdì?

Lo so, neanch’io avevo mai sentito parlare della ragazza del venerdì. Ai giorni nostri è quella che chiamano assistente. In quel periodo, era il 1979, avevo 23 anni e miss Davis stava andando in Inghilterra per girare il film Disney Gli occhi del parco.

Bette Davis e il regista John Hough sul set di Gli occhi del parco (per gentile concessione dell’autrice)

Non sapevo chi fosse Bette Davis. Tutto quello che sapevo è che volevo un biglietto: non avevo mai visto l’Inghilterra, ero stata in Europa – sono andata a scuola in Spagna e in Francia – e ho pensato che avrei potuto essere qualsiasi tipo di ragazza di qualsiasi giorno a condizione che potessi tornarci. Allora avevo sei, nove mesi prima di riprendere la scuola, volevo fare il medico. Ma ero tornata a casa prima perché mia nonna era morta, e questo in qualche modo cambiò tutto. Avevo bisogno di un lavoro: mi recai all’ambasciata americana, volevo qualcosa di internazionale, e trovai impiego come assistente personale della principessa Pahlavi, la sorella dello shah dell’Iran. Sono stata nel paese sei mesi, dopo i quali la sua famiglia è andata ad Acapulco e non l’ho potuta seguire perché il loro governo non mi avrebbe garantito protezione. Sa, prima quando si otteneva un lavoro spesso era per passaparola. In quel periodo Wes Carlson, amico di miss Davis, si occupava di assumere personale per suo conto – aveva 18 persone che lavoravano per lei; lui aveva sentito parlare di me, miss Davis stava cercando qualcuno, mi era stato detto che aveva passato in rassegna qualche candidato; ho ricevuto la chiamata quando ero nel deserto e… il resto è storia. La sera prima del colloquio ho letto The Lonely Life e l’ho adorato, lei era così brutalmente onesta. L’unica cosa che volevo con il mio prossimo lavoro era di poter parlare con il mio capo: quando lavori per i reali non puoi parlare liberamente, c’è il protocollo, devi aspettare che siano loro a rivolgersi a te; e se sei cresciuto in California non hai mai sentito parlare di una principessa, a parte Cenerentola, Biancaneve. Comunque quando miss Davis mi ha incontrata ha detto di aver avuto un’intuizione su di me, e così è stato.

Il libro è molto diverso da come me l’aspettavo, le dico. Non c’è il chiacchiericcio accalappiatore che talvolta alimenta questo genere di pubblicazioni. È un racconto personale, molto intimo e fedele, da cui prende vita un’autentica Bette Davis, una professionista come non ne esistono più, che amava il suo lavoro tanto quanto la famiglia. Perché ha aspettato tanti anni prima di condividere con noi la sua esperienza?

Non sono stata io a deciderlo, avevo una promessa da mantenere. Specialmente dopo la morte di miss Davis, molte persone hanno pubblicato un libro su di lei. Primo: non ero pronta, hai bisogno di essere matura e non lo ero. Due: quando fai una cosa, devi farla in maniera onesta.

Bette Davis e Kathryn Sermak a Villa d’Este sul lago di Como (per gentile concessione dell’autrice)

Nella mia professione, assisto persone di alto calibro, insomma molto conosciute, qualunque cosa io veda rimane con me, non vado a raccontarla in giro, su questo si basa la mia reputazione, ed è questa la ragione per cui poi ho avuto la fortuna di lavorare con le persone con cui ho lavorato. Come dicevo, l’unica ragione per cui ho scritto il libro è perché è stata una promessa che ho fatto a miss D. Questo è il motivo per cui nelle prime pagine c’è il contrassegno personale di Bette Davis con questa dedica: “Possa questo dizionario esserti utile mentre scrivi”, firmato La Leggenda, e lei sapeva esattamente che lo era. Così ci è voluto del tempo. Lei è stata il mio mentore, ma non te ne accorgi mentre stai lavorando, accade ogni volta così. Anche quando mi sono innamorata e sono andata a vivere in Francia, continuavo a parlare con miss Davis quasi ogni giorno, registravamo nastri che poi spedivo a casa. Quando sono tornata, ovviamente non ho avuto bisogno di riascoltarli perché avevo dei riassunti, sapevo già il loro contenuto. La ragione per cui li abbiamo fatti è che miss Davis a quel tempo aveva appena avuto un infarto; e questo l’ho imparato dai viaggi all’estero: avendo un nastro, se sto viaggiando e sono nel pieno caos, parlo in un registratore ed è come essere lì presenti. Due anni dopo che è venuta a mancare, mia madre e mia sorella continuavano a dirmi di riaprire quegli scatoloni e io pensavo: “Perché dovrei farlo se so già cosa contengono?” Alla fine li ho aperti, ho iniziato ad ascoltarli ed era come se lei fosse lì con me; e poi l’ho sentita dire: “Devi raccontare la nostra storia”. Un mio amico, all’epoca era il mio ragazzo e viveva in Inghilterra, mi suggerì di trascrivere le registrazioni – allora stavano uscendo i primi computer. Ed è iniziata in questo modo, lentamente, io non sapevo come fare, non sono una segretaria (ride), e così tra un lavoro e l’altro ho affidato il progetto a una famosa giornalista che scriveva per le celebrità. Pensavo che lei conoscesse bene miss D, ma quello che scrisse non rappresentava la realtà: non credeva che fosse stata la mia mentore per dieci anni, che avessi scritto This ‘n That con lei, quindi non venirmi a dire che vuoi inserire qualcosa nel libro che non sia vero. Ci sono state anche altre questioni con l’editore. Quando ho letto il progetto non mi sono riconosciuta in quelle pagine, e quella non era miss D, era come se fosse ciò che il mondo pensava di questo personaggio. È stata davvero una dura lezione.

E poi cos’è successo?

Il libro è stato messo da parte, ho aspettato 5 anni. Ho trovato un nuovo agente e un’autrice più giovane. Anche qui problemi: questa ragazza credeva di avere la propria voce, la propria visione, non aveva mai letto The Lonely LifeThis ‘n That; io le avevo dato il mio materiale, perché quando scrivi devi andare molto in profondità e comprendere miss D come avevo fatto io.

Agenda di miss Sermak con il primo appuntamento con Bette Davis (per gentile concessione dell’autrice)

Alla fine ho incontrato Danelle Morton, con cui ho scritto il libro, ed è stata incredibile. Non si tratta semplicemente di scrivere un libro e non lo stai facendo per soldi, non funziona così, devi andare in profondità e io ho dovuto andare in profondità – ci sono stati momenti in cui ho pianto nel ricordare; e devi essere brutalmente onesta anche con tutti i tuoi pensieri. E poi ho capito: ho sempre saputo che miss D sarebbe stata con me perché se mi chiedi di farlo, mi rendi parte della tua eredità; ho capito insomma che mi aveva tramandato l’immagine di Bette Davis pubblica, il personaggio, ma anche il suo lato privato, come lo conoscono il figlio Michael o i suoi bambini. Quando le persone leggono il libro quelle sono le sue parole prese dalle sue lettere, diari, i miei libri, e tutti i nastri, e non ho lasciato che l’editore le cambiasse. E se lei ripeteva due volte una cosa nei nastri, è due volte nel libro, voglio dire se miss D ripete una cosa due volte la rende intima, vuole sottolineare un punto, non è un errore.

Ho apprezzato molto il modo in cui il libro è scritto, traspare quest’onestà. Raramente ti capita di leggere di una Leggenda come Bette Davis senza vedere accanto la parola scandalo. Mi riferisco alla vicenda della figlia, B.D. (Barbara Davis), che nel 1985 pensa sia il momento adatto per pubblicare un libro sulla madre, che viene descritta con parole molto poco lusinghiere. La Davis aveva da poco superato l’infarto e le sue condizioni non erano ancora stabili: “Il libro mi ha spezzato il cuore”, scriverà l’attrice qualche anno più tardi. “Ha lasciato una ferita profonda e un vuoto nella mia vita”. Nel suo libro Kathryn racconta di come ha aspettato prima di darle la notizia perché era preoccupata per una possibile ricaduta…

Vede, la gente vuole sapere sempre tutto fin dall’inizio. B.D. ha fatto quello che voleva, io ho preso la strada più sicura: questo libro non è su B.D. ma volevo mettere le cose in chiaro.

Bette Davis sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? con la figlia Barbara, che recitò in una piccola parte (Donaldson Collection/Michael Ochs Archives/Getty Images)

Miss Davis ha sempre amato sua figlia anche alla fine, ma questo tipo di tradimento – i ragazzi fanno errori e quello è stato un errore – resta nel tempo, non se ne va. Non significa che smetti di amare tua figlia ma è normale che non ha mai più voluto parlarle. Per miss Davis questo è stato peggio dell’infarto, e soprattutto nel momento in cui stai combattendo per la tua vita, apprendi che tua figlia vuole scrivere un libro; ha avuto tutto il tempo del mondo per farlo, perché non lo ha fatto prima? Se mi avessero detto che mia madre aveva solo tre settimane di vita… e poi chi pagava per tutto, chi le aveva dato i 37 acri di terra per costruire la sua fattoria? Miss Davis amava sua figlia sopra ogni cosa, ogni cosa che B.D. voleva miss D gliela concedeva. Amava la sua famiglia ma amava anche il suo lavoro.

Nell’ultima parte del libro descrive il viaggio che ha fatto con Bette Davis da Biarritz a Parigi e c’è un momento divertente quando la Davis si siede sotto un ombrellone della Coca-Cola, chiedendo di scattarle una foto in memoria di Joan Crawford (che aveva sposato l’amministratore delegato della Pepsi). Ho visto Feud, e mi chiedevo quanto ci fosse di vero nel rapporto tra miss Davis e miss Crawford.

Zeroooooo. Mi dispiace fare la guastafeste ma miss Davis aveva molto rispetto per Joan Crawford e diceva sempre che era fantastica. Avevano fatto un solo film insieme e tutti continuavano a dire: la faida, la faida. Non c’era nessuna faida. È stata una grande trovata della Warner Brothers di riunire due attrici non più giovani, miss Davis aveva 58 anni, miss Crawford 62; oggi non sarebbero considerate anziane ma allora le banche non pensavano di poter trarre profitto dallo sfruttamento della loro immagine. E se guardi davvero ai ruoli, miss Davis ha sempre voluto essere ricordata soprattutto come una grande attrice: quale altra grande attrice sarebbe andata lì a dire: “A me non importa di come appaio, metti pure tutto il trucco che vuoi?” Fu una sua idea e non di Robert Aldrich, lei era già entrata nel personaggio. Quando Aldrich l’ha visto ha detto: “Così non può andare, miss Davis ha perso”. E Joan era da sempre conosciuta per essere una donna glamour, e se ci pensi era della MGM: uno studio che puntava tutto sul glamour di attrici tipo Hedy Lamarr, Greta Garbo, tutte bellissime donne; la Warner invece puntava più sul lavoro di squadra. È stata in realtà Joan Crawford a scoprire la sceneggiatura di Che fine ha fatto Baby Jane?, andò a consultare miss Davis a Broadway perché pensava sarebbe stato fantastico per loro interpretare il film.

Bette Davis, Jack Warner e Joan Crawford durante la produzione di Che fine ha fatto Baby Jane? (per gentile concessione dell’autrice)

Miss Davis lesse la sceneggiatura e amò la parte di Baby Jane, ma non era sicura di quale parte volesse Joan Crawford, che di certo voleva il ruolo della bella; e a miss D andava più che bene, perché a lei non interessava. Come dicevo, miss D ha sempre voluto essere ricordata come una grande attrice, questa è la differenza, questo è il motivo per cui hanno avuto dei problemi. Joan era tutta concentrata sulla bellezza: c’è una scena in cui voleva avere per forza lo smalto alle unghie, e la scena fu interrotta più volte perché non voleva toglierselo. Invece miss D era molto professionale, era sempre in orario, conosceva le sue battute. Durante le riprese ci sono stati dei momenti che miss D ha reputato isterici. L’unica volta in cui Joan le ha dato dell’isterica è stato nella scena della spiaggia: qui miss Davis doveva cadere sopra Joan. Chiunque sa che quando una donna è distesa sulla schiena il seno tende ad adagiarsi. Joan non voleva che questo si vedesse e indossò un reggiseno imbottito e miss D sbottò. Miss Davis aveva avuto una reazione isterica per questo episodio ma non è che non avesse rispetto per lei. Per chi invece non aveva assolutamente rispetto, nel senso che non avrebbe lavorato ancora con loro, erano Faye Dunaway e Miriam Hopkins. L’unica cosa che davvero l’ha infastidita, e questo non ha niente a che fare con la realizzazione di Baby Jane, era che miss D voleva l’Oscar ne aveva già vinti due, Joan non era stata nominata. Joan è andata in giro da tutte le altre nominate a chiedere se avrebbe potuto ritirare l’Oscar in caso loro non fossero andate. Era la prima volta che miss Davis aveva portato i figli alla cerimonia. Lei, come gli altri del resto, era così sicura che avrebbe vinto a mani basse. In quel momento si trovava dietro le quinte, i figli stavano guardando, e poi annunciano che Anne Bancroft vince l’Oscar. Joan sale sul palco per ritirare il premio, facendo sembrare che lo avesse vinto lei. E l’ha tenuto per un anno prima di restituirlo. Questo pensava miss Davis, questo le aveva dato fastidio ma non al punto di una faida perché entrambe si rispettavano. Pensava che Joan fosse stata stupida e che questo gesto le fosse costato caro, perché un premio avrebbe significato più soldi per il film e per entrambe, dal momento che partecipavano agli utili.

Una volta miss Davis le ha detto: “Le persone ti lasceranno, ma il lavoro ti resterà sempre accanto”. Per lei lavorare era di importanza vitale…. Quanto il lavoro ha influenzato la sua vita e come è riuscita a equilibrare la sua vita pubblica e privata?

Lei ha detto che il lavoro ti resterà sempre accanto, eccola 30 anni dopo: le persone parlano ancora di lei e non lo fanno con qualsiasi artista esistito, ovviamente lei lo sapeva e non sto dicendo che sia vero per tutti, ma ci sono certe cose con cui credo proprio ci nasci.

1982. Bette Davis insieme alla famiglia in occasione dei festeggiamenti del 4 luglio (per gentile concessione dell’autrice)

Ti chiedi se puoi essere un attore o no, se tu non lo sai non lo puoi fare per la fama o per i soldi, voglio dire sì lo puoi fare ma non durerà a lungo perché lo stai facendo per le ragioni sbagliate. Alcuni diventano medici e lo sanno da quando sono piccoli, non possono fare niente di diverso da ciò per cui si sentono portati. Ci sono alti e bassi nella vita, negli alti sei al massimo ma i tuoi bassi sono più bassi di quelli degli altri. Miss Davis non lo avrebbe sopportato. Sai lei era ariete – mi parlava di astrologia – e gli arieti devono essere sempre i primi. Non che devi vivere secondo la tua mappa astrologica ma per esempio se conosci il segno del tuo datore di lavoro, ti accorgi che anche se ognuno è differente si possono creare certi legami. Per esempio io sono bilancia, che dà stabilità totale. Entrambe siamo differenti ma dall’altra parte entrambe portiamo cose diverse alla relazione, e questo probabilmente è vero con i segni di ciascuna persona. Quindi per tornare alla tua domanda, miss Davis amava il suo lavoro, la famiglia era al primo posto, era davvero importantissima, l’hai letto in The Lonely Life: lei amava essere innamorata, amava gli uomini e la famiglia. Lo dice anche il suo ultimo marito Gary Merrill nel libro Bette, Rita and the Rest of My Life che miss D, quando ha iniziato ad avere figli, ha smesso di lavorare perché voleva stare con loro. Miss D era una yankee del New England, questo significa che amava il clambake (piatto tradizionale a base di frutti di mare cotti sotto la brace), le piaceva organizzare le feste per i ragazzi, trascorrere le vacanze con loro. Per me è stata una grande insegnante, una delle più grandi madri. Amava i suoi nipoti: con Ashley, figlio di B.D., strinse un bel rapporto quando eravamo sul set di Bentornata, zia Elisabeth! E oggi i suoi nipoti Matthew e Cameron, figli di Michael, adorano la nonna. Ogni volta che siamo alla Bette Davis Foundation loro sono lì fieri a parlare di lei. La famiglia era super importante per miss Davis. Devi anche ricordare che ai suoi giorni gli attori erano sotto il controllo dello studio system: lavoravano sei giorni a settimana, giorno e notte, erano trattati come schiavi; per questo ha lasciato, per sbarazzarsi del sistema del contratto: perché ogni volta che sospendevi o non volevi fare un film non ricevevi la paga per il periodo previsto di lavoro… è schiavitù, questo è il motivo per cui ha combattuto contro la Warner Brothers.

Qual è l’eredità che Bette Davis ha lasciato al pubblico?

La sua eredità sono i suoi film, questo è quello per cui è conosciuta. Se intendi quale fosse la cosa più distintiva di lei forse il modo in cui è arrivata dove è arrivata. Diceva sempre che il suo epitaffio sarebbe stato: “Ce l’ha fatta nel modo più difficile”, ed è stato così, lei era così.

Bette Davis, 1932 (per gentile concessione dell’autrice)

Si è sempre battuta per ciò in cui credeva, e non era una lotta tanto per lottare, miss D aveva un cuore d’oro, era davvero avanti con i tempi e per questo era considerata la quinta dei Warner Brothers. Quale donna sarebbe stata al pari loro? È perché non aveva altra scelta, era portata per questo, era una passione, conosceva se stessa e andava avanti. “Sii fedele a te stesso”, questo è quello che mi ha insegnato; è così, può non piacerti ma fai quello che devi fare, forse per questo ho impiegato tanto tempo a far uscire il libro. Lo sto facendo per mantenere una promessa: prima di fare il libro e poi di fare un film. Questo è il mio programma: ora che il libro è disponibile, farlo conoscere al pubblico e distribuirlo per la vendita, poi il film. Lo vedo più come un film indipendente, sto cercando di formare un team perché hai bisogno delle persone giuste. Non è solo un discorso di vendere i diritti del libro. E questo l’ho imparato stando sul set dei film: hai bisogno che si crei una chimica e per questo hai bisogno di un grande sceneggiatore. Il libro è semplice da adattare, è un viaggio moderno, è un viaggio da Biarritz a Parigi e in mezzo ci sono dei flashback, non si può ripercorrere tutta la sua vita ci hanno già provato ma è troppo complicato. E al di sopra di questo c’è quello che sta succedendo in America in questo momento, con il movimento #MeToo. Sono donne che sostengono donne e penso che sia un messaggio coraggioso e se ne occuperà lei, io faccio solo da tramite. Ho già qualche idea su chi possa interpretare Bette Davis ma al momento la cosa più importante è trovare uno sceneggiatore. La buona sceneggiatura fa il film. Come diceva miss D: “Se hai una buona sceneggiatura – dalle nostre parti non ci sono molti grandi ruoli per le donne non più tanto giovani – qualunque grande attore è in grado di riconoscerla e vorrà interpretare la parte”.