Lo sguardo di Orson Welles. SentieriSelvaggi intervista Mark Cousins

Un incontro speciale con Mark Cousins in un grigio ma frizzante pomeriggio milanese. Il regista e sceneggiatore irlandese, nella città meneghina per presentare il suo nuovo libro, Storia dello sguardo (Il Saggiatore), è arrivato con una sorpresa: «Ho portato un disegno originale di Orson Welles. È un biglietto di Natale che ha realizzato negli anni Settanta. Babbo Natale è rappresentato però come un alcolizzato, infatti lo vediamo reggere una grossa bottiglia. D’altronde, lo stesso Welles era un grande bevitore. Non ci sono colori allegri, solo un malinconico e triste cielo plumbeo. E possiamo vedere anche Don Chisciotte, Falstaff… In questa piccola immagine, che avrà impiegato circa tre giorni per disegnarla, sono presenti Welles e tutte queste figure letterarie». Così, con Lo sguardo di Orson Welles (in sala con I Wonder Pictures dal 16 al 19 dicembre) Cousins ha voluto rendere omaggio a uno dei pilastri della cinematografia mondiale, un racconto inedito formato da bozze e schizzi realizzati dallo stesso Welles, per “vedere” Orson con occhi diversi

Il tuo documentario è una lettera d’amore a Welles…

Non volevo realizzare un film composto soltanto da informazioni oggettive. Il giorno in cui ho incontrato sua figlia, Beatrice, le ho detto che avrei voluto scrivere una lettera al mio padre cinematografico. Quando ha visto la prima versione del montaggio ero molto nervoso, ma nessuna risposta da parte sua. Poi, tre settimane dopo mi ha chiamato piangendo, dicendo che non aveva mai visto suo padre in quel modo. Essere personali ed emotivi a volta funziona, anche se si corre il rischio di sembrare troppo sentimentali…

Hai paragonato Charles Foster Kane a Donald Trump. Come reagirebbe Welles alla situazione politica contemporanea?

Abbiamo bisogno di Orson Welles perché Trump è pericoloso a un livello epico. Welles non era un minimalista, vedeva tutto su larga scala, su scala epica. Molti dei suoi personaggi sono personaggi epici. Avrebbe capito il narcisismo, l’ego, il senso di privilegio tutto molto in fretta. Nel film ho avuto a che fare con il socialismo di Welles ed è ammirevole quello che ha fatto per la giustizia sociale e per la politica antirazzista. Ti prego Orson torna, abbiamo bisogno di te come non mai! Michael Moore (produttore esecutivo di Lo sguardo di Orson Welles, nda) è simile, gli piace raccontare grandi storie sulla condizione della Nazione.

Cosa ne pensi dell’ultimazione di The Other Side of the Wind?

Welles aveva molti progetti incompleti, come Don Chisciotte, e alcuni credono addirittura che si auto-sabotasse, che avesse un problema quasi freudiano con le conclusioni. Non penso sia così, però. Ho trascorso molto tempo nel suo archivio in Michigan, studiato i suoi documenti, incontrato persone che lo conoscevano, parlo con sua figlia Beatrice ogni giorno, e nessuno di loro crede che avesse problemi a terminare i suoi progetti. Se sei un artista sperimentale in un sistema industriale è quest’ultimo che non vuole che tu finisca le cose… Tornando a The Other Side of the Wind, sono contento che sia stato ultimato: c’erano già quaranta minuti editati, uno script completo, non è che sono partiti da zero. Peter Bogdanovich e Frank Marshall ci tenevano molto. Mentre il restauro di Don Chisciotte è stato un insuccesso.

Parliamo del rapporto tra Welles e i suoi amori: Virginia Nicholson, prima moglie “sottovalutata”; Rita Hayworth, “l’atomica”; Paola Mori, la stellina italiana; Oja Kodar; Dolores Del Rio. Cinque tipi diversi di femminilità…

Quale donna piaceva a Orson Welles? La cheerleader anglosassone protestante della porta accanto? No. Dolores Del Rio, Rita Hayworth, Oja Kodar invece sì, donne afroamericane, latine, stimolanti, sanguigne. Di Marlene Dietrich disse che era la diva più eccitante che avesse mai incontrato, ma lei gli rispose: «No, grazie. Esco con la mia amante». Sul piano emozionale non ha trattato molto bene le sue compagne, ma le amava e loro amavano lui.

Qual è stata la corrente artistica che ha influenzato di più Welles?

Se volessimo scegliere un suo stile, direi che Welles era un artista barocco. Diceva che John Ford era il suo regista preferito, ma credo che il classicismo di Ford non si ritrovi in Welles, perché era all’opposto del minimalismo, dell’impressionismo, del realismo convenzionale. Orson venne in Italia per la prima volta nel 1948, il barocco era morto e il neorealismo di moda. Gli dicevano che era di destra perché si interessava a questo linguaggio che Zavattini definiva così. Sappiamo che Welles era uno sperimentale, ma ovviamente gli italiani di quegli anni volevano rimuovere gli stili appoggiati da Mussolini e dal fascismo. Lui, però, non capì e decise di ritirare Macbeth dalla Mostra del Cinema di Venezia perché sapeva che avrebbe avuto pessime recensioni.

Era più bravo come attore o come regista?

Mi piacciono le sue interpretazioni “esagerate” ma, generalizzando, il cinema premia attori come Greta Garbo o James Stewart, carichi di minimalismo “borbottante”. Quando pensiamo a Renée Falconetti, e a quel tipo di cinema, ogni fotogramma è talmente vivo che non c’è bisogno di aggiungere altro. Adoro Welles come attore, ma come regista aveva capito perfettamente il mezzo, il senso dello spazio, del tempo, del contrasto, tra sfondo e primo piano, tra qui e ora. E, soprattutto, tra vecchio e nuovo.

Per decenni Quarto potere è stato in cima alla classifica dei film più importanti della storia del cinema. Di recente, però, è stato scalzato da La donna che visse due volte

Non sono sorpreso di ciò. Quarto potere è un film difficile, che non mostra emozioni. Per me diventa sempre più bello col passare del tempo. Credo, però, che Welles abbia realizzato opere più riuscite, come se si fosse evoluto in tristezza, solitudine, disperazione, depressione. Vedi: L’orgoglio degli Amberson, Falstaff, L’infernale Quinlan, Macbeth. Beatrice è preoccupata dal fatto che verrà dimenticato, ma non penso proprio.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *