#Locarno69 – Zone pericolose: “Marija” e “Le ciel attendra”

In concorso il film del regista svizzero-tedesco e in Piazza Grande il quarto lungometraggio della cineasta francese interpretato anche da Clotilde Courau e Sandrine Bonnaire

Le zone d’ombra di movimenti e paure al femminile. Tra il Concorso e Piazza Grande. Con le trappole di universi sconosciuti dalle quali le protagoniste vengono sedotte. Hanno uno strano trait-d’union Marija, primo lungometraggio di Michael Koch presentato nel Concorso Internazionale e Le ciel attendra di Marie-Castille Mention-Schaar presentato in Piazza Grande.

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Marija prende il titolo dal nome della protagonista, una ragazza ucraina che lavora come addetta delle pulizie in un albergo di Dortmund ma sogna di aprire un suo salone da parrucchiera. Per realizzarlo cerca di recuperare i soldi necessari ma il suo desiderio sembra improvvisamente infrangersi dopo che è stata licenziata dopo esser stata colta in flagrante per aver commesso un furto in una stanza. Mette così in gioco il suo corpo ed entra in un giro di affari dove il guadagno facile sembra essere alla portata di mano.

Sembra esserci un’oppressione dello spazio attorno al corpo della protagonista, già seguita in una lunga camminata con la camera a mano nell’inquadratura iniziale. Sul volto e sugli occhi della protagonista Margarita Breitkreiz, Michael Koch (nato a Lucerna ma attivo in Germania che si era messo in luce con il corto Polar del 2009 con cui ha ottenuto, tra i vari riconoscimenti, una menzione speciale alla Berlinale), costruisce una parabola di false illusioni, con la dimensione grigia di Dortmund che sembra anticipare quasi una chiusura nel desiderio personale di cambiare il proprio futuro. I soldi segnano ogni destino. C’è un modo quasi fisico con cui vengono afferrati e toccati e, in modo simile, anche la carta di credito afferrata da maria per segnare i numeri. Il fiolm è diviso narrativamente in due parti. La prima, fino al momento in cui la protagonista si trova costretta a cambiar vita, appare più ispirata, Con i silenzi di Marija e anche gli improvvisi scatti nervosi. Poi, nel cercare delle tracce quasi da noir urbano, il film appare forse troppo costruito. Nelle cene di affari, nelle difficoltà della protagonista a raggiungere i propri obiettivi, in una mutazione dovuta generata dalla necessità dove Koch segmenta il suo volto, come a registrare ogni suo cambiamento e far emergere le reazioni emotive partendo dalle espressioni del proprio viso.


Noémie Merlant Sandrine Bonnaire Le ciel attendraVolti che si vedono e volti nascosti creano invece il gioco di contrasti di Le ciel attendra, quarto lungometraggio di Marie-Castille Mention-Schaar dopo Bowling e Ma première fois del 2012 e Les hé
ritiers del 2014. Come in Ma première fois ci sono ancora al centro desideri adolescenziali tra persone diversissime. Qui però il corteggiamento diventa dominio e tradimento. Protagoniste sono due ragazze. Una è la sedicenne Mélanie ben integrata con le sue compagne di scuola e che ama suonare il violoncello. L’altra è Sonia, 17 anni, che ha rischiato di commettere l’irreparabile. Entrambe vengono sedotte su internet. La chat diventa il loro universo parallelo. Lì conoscono dei degli integralisti dell’Isis che le vogliono reclutare per fare degli attentati. Sicuramente un film sulla paura, interpretato anche da Clotilde Courau e Sandrine Bonnaire nei ruoli della madri delle due ragazze, che mostra le minacce della rete accennando ma non spingendosi mai dalle parti di un horror realistico. La cineasta mostra spesso le immagini con la città dall’alto, i vetri, proprio per evidenziare la sempre maggiore crescente estraneità delle adolescenti con la loro dimensione familiare. L’idea di partenza poteva anche funzionare, ma al di là di uno sguardo troppo tranciante è proprio il tentativo della risoluzione dei conflitti che appare eccessivamente schematico e la sovrpposizione dei piani temporali confusa. Nel cercare di scuotere, Le ciel attendra accumula scene ad effetto come quella della fuga dalla classe di Mélanie per andare a casa, cambiarsi e pregare. Si perde spesso in dettagli (il luna park dello specchietto retrovisore, lo zucchero filato) nel continuo passaggio tra il prima e dopo. Con tracce documentarie nelle riunioni di sostegno e delle inquadrature colme di terrore. Per mostrarlo. Per filmare la paura. Che però poi ostruisce ogni possibilità di analisi.

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