#Locarno71 – My home, in Libya, di Martina Melilli

Fuori Concorso al Festival di Locarno la giovane regista padovana Martina Melilli che in My home, in Libya unisce diversi linguaggi ottenendo una originale forma di narrazione documentaristica

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Un altro film italiano presentato a Locarno Fuori Concorso, dopo quello di Silvano Agosti, è My home, in Libya di Martina Melilli. Quello delle giovane cineasta italiana è un film molto particolare, che cerca di fondere insieme diversi linguaggi contemporanei per dare corpo, per cominciare, ad un documentario autobiografico. Con uso massiccio di fotografie, sms e immagini catturate con uno smartphone Martina parte alla ricerca del suo passato, in una terra, la Libia, che anni addietro era stato paese d’accoglienza dei suoi nonni, che ne serbano il ricordo ed in qualche passaggio del film lo testimoniano direttamente.

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Ma appunto Martina compie questo percorso in maniera impersonale, sfruttando il contatto di una persona conosciuta su internet, che avrà il compito di condurla, una volta istruito, sui luoghi, o su ciò che ne rimane, dove i suoi parenti vissero per un trentennio a partire dalla metà degli anni trenta, per lasciarlo definitivamente nei primi anni settanta. Quel paese non esiste più. Anzi dopo la scomparsa di Gheddafi la Libia ha subito una mutazione che ancora adesso deve essere stabilizzata, con una presenza dilagante di violenza, soprusi ed insicurezza. Un vero e proprio regresso.

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Attraverso questa corrispondenza telematica, riprodotta con l’utilizzo di un avviso di ricezione e lo scambio capillare di messaggi e foto, nasce un legame che va oltre i propositi e dal nucleo centrale nascono altre storie, altre narrazioni nella reciproca scoperta dei mondi messi a confronto. Ed nel divenire che accompagna le confidenze, nella condivisione di speranze per l’avvenire, emerge l’importanza di nascere dalla “parte giusta del mare”. Quei pochi chilometri che separano le nostre coste da quelle libiche, una striscia d’acqua dove ultimamente trovano la morte decine di persone,  fanno da spartiacque tra la libertà e la possibilità di incidere sul proprio futuro, rispetto ad una realtà in cui le scelte tocca subirle.

Grazie al lavoro di montaggio, piuttosto innovativo appunto, le differenze vengono fuori e l’excursus storico si colora lentamente di attualità. Soprattutto grazie ai video di Mahmoud (un aspirante ingegnere nucleare) rubati dentro una Tripoli infestata di uomini armati, le famigerate milizie, che la recrudescenza della guerra civile trasforma in qualcosa di vietato ed ancora più prezioso. Il risultato finale è interessante per le note inaspettate che riesce a toccare, il cui suono tragico, quasi fosse quel lamento di morte che attreversa il mare, nel mare si confonde, e là, si perde.

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