L'onda con gli occhiali: incontro con Enrico Ghezzi



Ghezzi Sentieri Selvaggi

 

Essere a Sentieri Selvaggi il 5 marzo 2010, significava tuffarsi in un oceano di indefinibile sostanza. Le misteriose ed affascinanti immagini de L'ignoto spazio profondo di Herzog, proiettate sullo schermo alle spalle di Massimo Causo e Enrico Ghezzi, completavano e si fondevano alle tematiche affrontate.
    PARTENZA: dov'è finito il Cinema, ora che l'evoluzione tecnica ha reso possibile a tutti creare immagini in movimento; ora che si è circondati da schermi propositori di immagini (cellulari, televisioni, internet…)?
Creature marine danzano leggiadre in mari ghiacciati…
Si ragiona sul peso del Cinema: non ci sono più le pesanti pizze di pellicola a 35mm, ma dvd, schede di memoria. Tutto è digitalizzato e «più facile da perdere», commenta (non troppo) ironicamente Ghezzi. Herzog Ignoto Spazio Profondo

Il pack, visto dagli abissi, assume la sostanze di nuvole e il sub sembra volare e toccarle…
    Inevitabile una considerazione sul 3D, argomento di forte interesse del pubblico in sala. Seppur non assumendo un atteggiamento negativo, Ghezzi ne parla come effetto di un cinema che sembra volere negare la sua natura. La tridimensionalità è infatti opposta alla profondità di campo: uno degli elementi che contraddistingue il linguaggio cinematografico. Nel primo caso, si attende «l'onda di immagini» che ci viene addosso, nel secondo si annega nei punti di fuga.
La navicella di Aliens of the deep di Cameron prende possesso dello schermo…  

Cameron Aliens of the DeepUna riflessione anche sul modo di fruire il 3D, oggi. Gli occhialetti sono scomodi, invasivi. La visione in 3d è sostanzialmente grezza. E Massimo Causo incalza l'ospite affermando: “il futuro sarà lo Squid di Strage Days”. «No», risponde mitemente Ghezzi, raccontando, quando, 15 anni fa, assistette ad una proiezione tridimensionale in Emilia Romagna, realizzata utilizzando una costosissima pellicola a 100mm, fatta girare 4/5 volte più veloce di quella a 35mm. Il futuro, quindi, è lo sviluppo del supporto visivo. Non ci saranno più spettatori quattrocchi, che faticano a concentrare la loro visione in pochi centimetri di cornice pseudo-ottica, ma fruitori rilassati, in grado di porgere lo sguardo ovunque (sul grande schermo), mantenendo la visione 3d.
Cambio. Direttamente dalla Berlinale, Caterpillar, di Kôji Wakamatsu. Giappone anni '40.
    Tuttavia, per Ghezzi il 3D è altro. È cerebrale. È oltre la visione, è elaborazione psicologica ed empatica di essa. È l'immagine sublimata, che diventa realtà, attraverso i sensi. È lo sguardo perturbante di Jack in Shining, o quello di Alex in Arancia Meccanica. «In Titanic, quando il cassero affonda e tutti si aggrappano alle balaustre della prua», la caduta di quelli che, stremati, mollano la presa è contraddistinta dal rumore dei loro corpi contro gli ostacoli. Un rumore che fa rabbrividire. «Ecco, per me quello è 3D».
È un'onda emozionale, causata da immagini potentemente comunicative, che dallo spettatore va allo schermo e completa il senso della visione stessa. O, continua Ghezzi, «è ciò che mi porta fuori»: un'immagine talmente evocativa, che fa pensare ad altro. Oltre lo schermo. Oltre il film.Pubblico Sentieri Selvaggi Ghezzi
Ed è quello che capita mentre Ghezzi medesimo sta parlando: il pubblico è rapito dalle immagini conturbanti e perturbanti di Caterpillar; pensa ad altro mentre esse scorrono, si estranea, pur stando in sala. Spostamento d'asse dell'attenzione, che lo scapigliato oratore, sorridendo, commenterà come un riuscito esperimento 3D alla sua maniera.
    ARRIVO: la tecnologia ha reso il Cinema più leggero, meno ingombrante e, allo stesso tempo, più invasivo per la sua costante e democratica creazione e fruizione. Tutto, quindi, è cinema? In questo scenario, pare che il 3D sia un disperato tentativo della tecnica per far puntare l'ago della bussola verso le sale cinematografiche, tempio della visione in 24 fotogrammi. Ma il 3D è la negazione della natura stessa del cinema, la quale si basa sulla profondità di campo, anziché sull'antitetico effetto pop-up. Il cinema è, e sarà sempre, nella bellezza delle immagini. “E diciamolo, le immagini di Godard sono BELLE”, conclude ad un certo punto Ghezzi, ricordando uno dei suoi autori più amati. Dove, con bellezza, s'intende, non solo il gusto per l'inquadratura, ma anche e soprattutto, quella componente perturbante e conturbante che rapisce lo spettatore e lo immerge nel mare delle emozioni, com'è successo con Herzog, Cameron e Wakamatsu, in sala.
    Un ultimo commento va al papà di Blob, che, attraverso un materiale lirismo filosofico, rende tutti scompigliati, come i suoi capelli. I suoi discorsi, sono fatti di mille cassetti mnemonici che contengono cinema, scritture moderne e antiche, sogni, ricordi, opinioni, critiche. E si aprono. E investono, come un'onda, chi li ascolta.
Si vuole concludere con una citazione che Ghezzi ha fatto emergere dal suo cilindro, mentre ragionava sul 3D. Dal Vangelo di Tommaso: «Gesù disse: "Quando vedete ciò che vi somiglia siete contenti. Ma quando vedrete le immagini che nacquero prima di voi e che non muoiono né diventano visibili, quanto dovrete sopportare!"».
Onda notevole, questa…