MANGA/ANIME – Psycho Pass

Psycho Pass

In un mondo dove la propensione al crimine può essere determinata scientificamente, un gruppo di poliziotti è alle prese con un genio del male inafferrabile: il bel ritorno dei produttori di Ghost in the Shell al genere del poliziesco futuribile, fra dubbi etici, colpi di scena e una regia che privilegia un approccio classico alla narrazione

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Psycho PassLa fortuna dello studio Production I.G. è certamente riconducibile in prima istanza a quel Ghost in the Shell che, a metà anni Novanta, ha fatto guadagnare ai suoi animatori una meritata ribalta: da lì è partita una fortunata carriera, che fra serie culto come L'attacco dei giganti e lungometraggi come Sky Crawlers e Jin-Roh, ha trovato forse il punto di maggiore risonanza internazionale nella collaborazione con Quentin Tarantino, per la splendida sequenza animata di Kill Bill – Volume 1. Il ritorno a una formula come quella del poliziesco futuribile può dunque apparire come una voglia di ripercorrere le proprie origini, e rappresenta senz'altro una scommessa intrigante, ma anche un forte rischio, peraltro portato avanti in un momento in cui lo stesso Ghost in the Shell è proliferato in una lunga sequela di spin-off che lo hanno elevato al rango di autentico franchise.

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I timori iniziali che possono nascere dinanzi a Psycho Pass vengono però dissipati in fretta, grazie all'ottima fattura della serie: la storia parte dal presupposto che, in un ipotetico futuro, sia possibile misurare un coefficiente in grado di determinare la predisposizione o meno al crimine della gente. In base a questo “Psycho Pass”, le autorità sono autorizzate a eliminare o isolare i soggetti potenzialmente pericolosi, salvo scegliere di utilizzarne alcuni come Esecutori per le operazioni sul campo. A introdurci in questo mondo è la recluta Akane Tsunemori, che prende servizio come Ispettore della Sezione Anticrimine della Pubblica Sicurezza, all'interno di un gruppo che vede come principale sottoposto e Esecutore l'ex poliziotto (e ora criminale latente) Shinya Kogami. Le prime indagini di routine lasciano lentamente emergere il piano di Makishima, un misterioso individuo che, dietro le quinte, manovra per boicottare il Sistema e far proliferare il crimine, spingendo così il mondo verso il Caos. Ben presto, fra Makishima e Kogami si instaurerà un duello personale a distanza, che riflette due diverse concezioni del mondo, fra le maglie molto strette concesse da un sistema molto rigido nei suoi schemi e nella determinazione dei coefficienti di criminalità.

 

Il dato interessante di Psycho Pass sta nella sua capacità di articolare il racconto attraverso una progressione lineare, ma sempre sottilmente incalzante, dove l'intreccio si pone in primo piano, lasciando che i rapporti tra i personaggi emergano dal precipitato delle loro azioni sul campo. La rivalità fra i due antagonisti Kogami e Makishima si riflette infatti in un attento lavoro di calibratura fra la regia di Naoyoshi Shiotani, estremamente classica e orientata al puro piacere della narrazione, e l'ambiziosa scrittura dell'ottimo Gen Urobuchi, già sceneggiatore per il capolavoro Madoka Magica. L'equilibro fra queste due componenti determina una progressione fluida e congrua rispetto alle dinamiche classiche del racconto fantascientifico giapponese: i dubbi etici che muovono i poliziotti rispetto al proprio ruolo e all'agire violento di Makishima sono infatti gli stessi che gli spettatori conoscono attraverso opere come la saga di Gundam (solo per citare un titolo più celebre) e determinano uno spazio in cui l'affermazione del proprio sé passa per una lucida presa di coscienza dei propri limiti e difetti. A fronte di un'etica e di un sistema che rischiano di stritolare ogni intenzione, questi personaggi non possono che rispondere con una rinnovata fiducia nella loro missione, cercando nella propria volontà le motivazioni per andare avanti: in questo modo, tenteranno di raggiungere lo scopo originario, ovvero l'abbattimento per l'avversario, qualunque siano le conseguenze.

 

Estetica kawaii i buffi avatar usati dalla polizia in missioneL'ambiziosa scrittura di Urobuchi si premura di elevare il confronto fra gli antagonisti chiamando spesso in causa numi tutelari della filosofia o della fantascienza distopica (chiunque può accorgersi facilmente dell'influenza di Philip K. Dick e del suo Minority Report), ma il suo intento non è arido, quanto incentrato a riflettere, una volta di più, sul senso dell'identità nella società contemporanea. In tal senso, il mondo di Psycho Pass ha ormai introiettato la mistificazione come strumento di controllo delle masse: la gente veste vestiti olografici e abita ambienti puramente virtuali, la Polizia sfrutta travestimenti digitali che ossequiano l'estetica kawaii (con buffi avatar tondeggianti) e l'indagine porterà infine anche a comprendere i segreti che si celano dietro la misurazione dello Psycho Pass. L'eleganza della messinscena (pur considerando il sempre fastidioso connubio di animazione tradizione e inserti in CGI) sembra dunque ossequiare la contraddizione di un mondo che si presenta rassicurante e “pulito”, laddove sottotraccia lascia serpeggiare istanze distruttrici, portate avanti da assassini affascinanti e di bell'aspetto. L'intento sociologico e la riflessione sulle forme di una società basata su valori esteriori e sulla potenza delle iconografie, sono esplicitati senza mezze misure:

 

Non esiste distinzione tra originali e fake. Loro sono idoli della rete. Sono delle icone. Per diventare delle icone, in rete, la volontà del singolo è marginale. Né Hayama né Sugawara si sono conquistati quella posizione per via della loro personalità. Sono diventati Spookie Boogie e Talisman perché i loro fan li hanno idolatrati basandosi su percezioni virtuali. I sentimenti e l'identità degli idoli sono una cosa, la loro immagine virtuale è un'altra. Anche un fan potrebbe interpretare ciò che la gente si aspetta da un idolo, forse anche meglio dell'idolo stesso. Non sarebbe strano.

 

Lo spietato MakishimaPertanto, il gioco è a scoprire lentamente gli strati che avvolgono la sostanza delle cose, lungo una direttrice che, dal poliziesco futuribile, sembra voler asciugare progressivamente la narrazione, portando la vicenda verso il western cyberpunk: un intento reso evidente dalla centralità che via via assumono le figure di Makishima e Kogami. Anche gli altri personaggi si allineano a questo dualismo, e cercano di intervenire seguendo un codice personale, che può allinearsi o entrare in contraddizione con il rigido sistema di regole che muove il mondo, amplificando la spinta drammatica dell'intreccio. Come già specificato, infatti, la posta in gioco è l'essenza puramente umana del confronto come unico appiglio per far valere un'etica personale che sia sganciata dagli inganni della realtà virtualizzata, e permetta così l'autentica realizzazione personale, il raggiungimento del proprio scopo.

 

E' abbastanza evidente come, dietro l'appassionante racconto di genere, si celino quindi istanze che puntano il dito direttamente contro il modello educativo che gli autori identificano come preminente nella società giapponese, chiamato esplicitamente in causa in alcuni fra i passaggi più forti della storia:

 

Castità e dignità… ovvero le virtù della tradizione perduta. I capisaldi della filosofia dell'Istituto Oso. Priorità che non si applicano ai maschi e che riguardano solo l'educazione femminile. Una volta inculcati questi valori, ci immetteranno sul mercato come “figlie di buona famiglia” allevate in un ambiente protetto per farci acquistare da signori che desiderano suppellettili in stile classico, ovvero “buone mogli e sagge madri”. Il tutto tramite la formalità del matrimonio. Le studentesse di questo istituto sono la materia prima che verrà plasmata in manufatti artigianali chiamati “gentildonne”. Minerali grezzi, in attesa di essere levigati e rifiniti. Le loro vite saranno tristi e noiose… eppure ci sarebbero tanti modi diversi per farle fiorire.

 

La ricerca di un punto di fuga passerà dunque inevitabilmente per una risoluzione dello scontro fra i due antagonisti, in un finale lirico e davvero western, che pure non concederà allo spettatore facili consolazioni circa l'andamento del mondo e l'abbattimento delle sue maschere – tanto da descrivere quasi una circolarità narrativa. Lo spunto è comunque pronto a possibili prosecuzioni: il successo che ha accolto la serie ha infatti già spinto i produttori a mettere in cantiere una seconda stagione, di 11 puntate.

 

Realizzata nel 2012, Psycho Pass si articola in 22 puntate ed è distribuita in Italia da Dynit, nelle canoniche edizioni per l'Home Cinema. L'intera serie è inoltre visibile gratuitamente in streaming legale attraverso le piattaforme di PopcornTv (in versione originale sottotitolata) e VVVID (doppiata). La seconda stagione, di 11 puntate, è invece prevista in Giappone a breve, le trasmissioni inizieranno infatti il 9 Ottobre 2014. A questa seguirà, a Gennaio 2015, anche un film cinematografico.

 

TRAILER ITALIANO

 

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