Mediterraneo, di Gabriele Salvatores

Una commedia sulla nostalgia per un tempo perduto e in fondo felice e su una generazione che ha visto disilluse molte promesse. Oscar come miglior film straniero. Oggi, ore 21.15, Premium Cinema

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Forse quel che rende Mediterraneo un film più corposo rispetto ai due precedenti di Salvatores, in particolare a Marrakech Express, è la volontà di inserire la narrazione in un flusso temporale-emotivo che fa della Storia il punto di partenza più riconoscibile e approdo, poi, di riflessione per una generazione e un Paese che han visto disilluse molte promesse. Nel mezzo, galleggiando come tante imbarcazioni che vivono secondo l’umore del mare, ci sono elementi di cui il cinema di Salvatores si nutre senza essere mai sazio: una nostalgia per i tempi andati e un rimpianto per non aver vissuto diversamente; un’umanità che condivide quasi tutta lo stesso destino; la ricerca di un proprio posto nel presente che a volte coincide con il bisogno di prendere le distanze dal reale, non importa per quanto.

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I protagonisti di Mediterraneo sono un manipolo di soldati italiani assembrati alla bell’e meglio (un cast di sodali: Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio, Ugo Conti) che durante la Seconda guerra mondiale sbarcano su una piccola isola dell’Egeo per una missione che dovrebbe durare quattro mesi e invece trascorreranno, come per incanto, tre anni: è un tempo che evidentemente fugge agli eventi e che riappare sporadico attraverso la voce di qualche visitatore portando alla fine a compiere una scelta – tornare o restare. Soltanto Antonio Farina, spinto dall’amore, e in seconda battuta l’indifferente sergente Lorusso decideranno di lasciare l’Italia. In questo i personaggi di Salvatores – qui la sceneggiatura è di Enzo Monteleone – sono sempre interessanti perché portano con sé un cambiamento che può anche essere radicale: dal rifiuto iniziale per un luogo apparentemente disabitato e comunque tagliato fuori dal mondo arrivano a un’accettazione consapevole e per alcuni amara.

Salvatores sa gestire bene le dinamiche tra i personaggi in relazione alla storia, che si mantiene sui toni della commedia tradizionale, quella cioè che è in grado di condurre lo spettatore a una riflessione al di sotto della superficie, nello specifico nello strato sociale che è rimasto troppo a lungo silente e inerte. Però in questo caso dimostra una maturità maggiore nell’evitare di sparare cartucce mettendo a segno colpi facili (come non capitolare di fronte a Dalla e a De Gregori?), e dà al suo cinema uno slancio internazionale contaminandolo con una modalità del racconto semplice e molto fruibile, a tratti poetica, e con un senso per il comico e il drammatico che sono di matrice italiana. Così la rievocazione di un passato quasi idilliaco – un paesaggio incontaminato, non ancora invaso dal turismo, e una guerra che viene lasciata fuori dallo schermo – insieme al messaggio di unione tra popoli e culture (“stessa razza, stessa faccia”, dice il prete) hanno probabilmente contribuito alla popolarità del film anche negli Stati Uniti, dove ha vinto l’Oscar come Miglior film straniero battendo Lanterne rosse di Zhang Yimou. In Italia, oltre alla tripletta di David (Miglior film, Miglior montaggio a Nino Baragli, Miglior sonoro a Tiziano Crotti) e a un Nastro d’argento per il regista, va ricordato il Globo d’oro per le belle musiche di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani.

Regia: Gabriele Salvatores
Interpreti: Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio, Gigio Alberti
Durata: 100’
Origine: Italia, 1991
Genere: commedia, drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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